Roxane Mesquida: «A me non interessano le strade facili»

27 luglio 2010 
<p>Roxane Mesquida: «A me non interessano le strade facili»</p>
PHOTO EMILIO TINI - COURTESY OF VANITY FAIR

La vocazione sperimentale del Festival di Locarno,, dal 4 al 14 agosto, ben si sposa con lo spirito pionieristico e ribelle di Roxane Mesquida, una delle giovani promesse del cinema contemporaneo. Alla 63esima edizione del Festival, che avrà tra i tanti ospiti John C. Reilly, Chiara Mastroianni e Francesco Rosi, Riccardo Scamarcio protagonista del corto Diarchia e la compagna Valeria Golino che presenterà il suo corto Armandino e il madre, ci sarà anche lei con il film che ha portato, con gran successo anche al festival di Cannes: Rubber di Quentin Dupieux.

Roxane Mesquida: segni particolari: occhi azzurri, intensi, capelli scuri, fisico minuto, 28 anni e un aspetto da ragazza, quasi per bene, ma meglio non fidarsi della prima impressione. In Italia non è ancora un volto noto, ma nel curriculum ha diversi film, e quasi sempre sono film che hanno fatto discutere, come lo scabroso Kaboom di Gregg Araki e, il sopraccitato Rubber di Quentin Dupieux, un horror che racconta la storia di uno pneumatico-killer (sì, uno pneumatico, avete capito bene) invaghito di una ragazza, Sheila, con il volto (e il corpo) di Roxane. Una che accetta ruoli così non è una qualunque. E lei, infatti, non è una qualunque.


Mesquida: un cognome esotico, giusto per il cinema.
«È il mio cognome. Più che al Nord Africa fa pensare alla Spagna. Però quando mi incontrano, forse a causa dei miei occhi, mi chiedono se sono italiana».

In Algeria, quindi, non è mai vissuta.
«Abitavo a un'ora da Marsiglia, in un piccolo paese. Avevo 16 anni quando il regista Manuel Pradal mi ha incontrato per strada. E mi ha chiamata per Marie Baie des Anges. Non avevo mai pensato di fare l'attrice. Volevo studiare le lingue. Inglese in particolare, mi sarebbe piaciuto fare l'insegnante. Mi affascina l'idea di scoprire le parole degli altri, poter capire, comunicare. Ma anche avere a che fare con i libri, tradurli. Leggo molto, e poi mia madre, Françoise, è scrittrice. Ha pubblicato due romanzi autobiografici».

Poi ha fatto tre film con Catherine Breillat: una regista di culto, lavorare con lei non è certo una passeggiata.
«A me non interessano le strade facili».

Neanche ad Asia Argento, che ha conosciuto proprio grazie alla Breillat, sul set di Une vieille maîtresse.
«Una donna e un'attrice che mi è piaciuta molto. Per niente glamour, abituata a non fare concessioni, a scegliere solo i film che le interessano. Anch'io sono così: mi piacciono i ruoli complicati, marginali».

In effetti, i due film che ha presentato quest'anno a Cannes non scherzavano.
«Ho incontrato Gregg Araki a Los Angeles, ci siamo piaciuti subito. Quando mi ha proposto il ruolo della protagonista di Kaboom, ho accettato a scatola chiusa».

La trama in due parole.
«Sono una strega lesbica, la mia compagna mi lascia e io la prendo molto molto male. Il mio personaggio è folle, innaturale, anche fisicamente, in diverse scene porto lenti a contatto verde brillante».

È stato il film più «hot» del festival.
«I temi dei film di Araki sono quelli: erotismo adolescenziale, omosessualità. Per lavorare con lui non bisogna avere il senso del ridicolo, bisogna essere disposte a fare tutto quello che chiede».

Lei, invece, nessun ragazzo?
«Non sono single, ma come vede non porto anelli. C'è qualcuno, un cantante, le dico anche il nome, MDNA. Lo cerchi pure su Internet, vediamo se lo trova»

>> Anche Golino e Scamarcio tra i protagonsiti del prossimo festival di Locarno
>> Festival Giffoni. Tema: l'amore

L'intervista completa su Vanity Fair 30/2010 in edicola da mercoledì 28 luglio

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