Ascanio Celestini: «I matti siamo noi»

24 agosto 2010 
<p>Ascanio Celestini: «I matti siamo noi»</p>
PHOTO LAPRESSE

Intervista all'attore che porta alla Mostra del cinema di Venezia il manicomio criminale della sua Pecora nera, storia di un Opg (Ospedale psichiatrico giudiziario), di Nicola che, ricoverato bambino, vi passa decenni, dell'infermiere Adriano, anche lui rinchiuso una vita fra quelle mura. Ed è subito polemica.

Come ha iniziato?
«Dalle interviste: ho cominciato a farle nel 2002, ne ho raccolte centinaia. Poi, nel 2005, ho realizzato lo spettacolo».

Di manicomi si è tornati a parlare, anche grazie alla fiction su Basaglia...
«In Italia sono rimasti cinque Opg: chi viene ricoverato ha una sospensione della pena, e quindi se un giorno dovesse essere giudicato guarito tornerebbe in carcere. Di queste strutture però si parla solo quando c'è il Porta a Porta del caso con una madre assassina che finisce dentro».

Nello spettacolo in scena c'è solo lei con le sue sole parole, che danno voce a Nicola e alla sua storia. Com'è invece il film?
«La colonna sonora è la mia voce. Ma le immagini sono molto evocative, più delle parole».

Eppure, se io dico «sedia», si può immaginarla come si vuole. Se la mostro, la sedia è quella, come compare sullo schermo.
«Sì, però il cinema può essere evocativo in altro modo. Per esempio, c'è la storia - vera - del "Professore" che in manicomio si è suicidato lanciandosi contro un termosifone. Mi sono chiesto: come faccio a filmarla? Quanto sangue ci devo mettere? Ho chiesto all'infermiere che era lì presente com'era la scena vera, mi ha detto: "Quello si è aperto la testa come un melograno". Allora, non volendo fare uno splatter, mi sono concentrato sulla Tv che continuava a ronzare mentre lui moriva, sul senso di vuoto di quella stanza».

Questa volta, lei - che solitamente in scena sta tutto solo - recita con altri attori.
«C'è Maya Sansa, l'unica che potrebbe salvarmi dall'alienazione, la bambina che amavo e che rivedo al supermercato. C'è Giorgio Tirabassi: io e lui non si capisce fino all'ultimo se siamo paziente e infermiere, oppure due aspetti dello stesso malato. C'è anche Peppe Servillo, ricoverato nell'Opg: chiede una sigaretta a un infermiere, quello spegne la propria ma non gliela dà e lui commenta: "Se si toglie il camice, diventa matto pure lui"».

Vuol dire che matti e sani lo stesso sono?
«La differenza la fa chi ha il potere. Chi, appunto, indossa la divisa. In tutte le istituzioni: dalle caserme al carcere alla scuola. Il mio personaggio è una "pecora nera" cresciuta in situazioni devastanti, ultimo a scuola, una famiglia che vive fra gli animali, una madre in manicomio: è senza speranza, per questo è matto. Voglio dire che chiunque nella sua condizione è un alienato».

Non c'è speranza per nessuno, quindi? 
«Non c'è per Nicola, non è detto che non ci debba essere per lo spettatore. Anzi, questo può aiutare una presa di coscienza, è un problema che riguarda tutti. Non basta rendere più belli i posti: anche il manicomio migliore del mondo, il più accogliente e avanzato, resterà un manicomio».

Prima accennava alla scuola come altro luogo di esercizio del potere. Lei ha un figlio piccolo: come si comporterà quando dovrà mandarlo in prima elementare?
«Ettore ha tre anni e mezzo, ed è un problema. Quando gli abbiamo tolto il pannolino, all'inizio si sentiva molto libero, felice. Poi però ha capito che a quel punto doveva imparare a gestire la sua pipì e la sua cacca, e si è spaventato: era una assunzione di responsabilità. L'internato è come un bambino con il pannolino, non liberato. E la scuola, come il manicomio, non vuole responsabilizzarti ma tenerti in posizione subordinata. Io credo che l'insegnamento non dovrebbe essere trasmissione di conoscenza da uno che sa a un ignorante, ma condivisione».

Lei era sportivo da ragazzo, vero?
«Ma non giocavo a calcio. Nuotavo, poi ho capito che anche quella era un'attività alienante: ore e ore sempre solo».

Chi è la mamma di Ettore?
«Si chiama Sara, è un fisico e ha lavorato anche all'università, mentre adesso è con me, segue organizzazione e contratti».

Un tempo diceva che il suo sogno è comprarsi una casa. Ci siete riusciti?
«Sì, abbiamo preso un rustico vicino a Ciampino. E ci siamo avvalsi della legge Berlusconi sul piano casa e l'ampliamento della cubatura edificabile».

Quindi, lei che se la prende con il premier poi gode delle sue leggi.
«Non esattamente. Ho comprato questo rudere, da ristrutturare, con intorno un bel pezzo di verde. Però, "grazie" alla nuova legge, secondo cui potrei abbattere gli alberi e costruire una palazzina, il tutto mi è costato molto di più».

Dopo Venezia un nuovo spettacolo?
«Sì. I miei lavori io li tengo sempre in repertorio, li riprendo e rifaccio regolarmente. Questa volta però vorrei cominciare una nuova indagine, per uno spettacolo tutto nuovo, sul Risorgimento».

In linea con le celebrazioni del 150° anniversario dell'unità d'Italia.
«Mica tanto. Voglio presentare il Risorgimento attraverso i racconti dal carcere. Perché a noi hanno rivenduto questo quartetto di padri della patria, Cavour, Garibaldi, Mazzini, Vittorio Emanuele. Ma in realtà la storia non è stata così eroica: Mazzini ai tempi era considerato una sorta di terrorista, un Bin Laden dell'Ottocento».

Sarebbe disposto a tagliarsi questa barbetta che tanto la caratterizza?
«È difficile, la porto un po' da sempre, e funziona da antistress: me la tocco, la pasticcio. Però, per La pecora nera l'ho travestita: intorno mi sono fatto crescere una barba piena».

Condividi:
  • Twitter
  • Facebook
  • Delicious
RISULTATI
Lunghezza massima del commento: 1000 caratteri
Style.it si riserva di cancellare commenti con contenuto diffamatorio o volgare, i messaggi autopromozionali e/o commerciali, oppure in cui vengano indicati dati sensibili o personali (indirizzi mail, numeri di telefono,...).