Freida Pinto: «Volevo una scimmia (adesso ne ho tante)»

24 agosto 2010 
<p>Freida Pinto: «Volevo una scimmia (adesso ne ho tante)»</p>
PHOTO SPLASH NEWS
Nell'hotel di Vancouver  dove avrei dovuto alloggiare non c'è traccia della mia prenotazione. Così, per caso, vengo dirottata nell'albergo di fronte al quale stanno girando una scena di Rise Of the Apes, il prequel del Pianeta delle scimmie al quale Freida Pinto sta lavorando in Canada. 
Dico per caso perché, a differenza di quanto l'attrice indiana rivelazione di The Millionaire sostiene, non sono così convinta che il destino possa essere forzato. 
Freida, però, sembra davvero esserci riuscita, passando direttamente dall'anonimato alla Notte degli Oscar. E non si è fermata lì. A 25 anni, è una delle attrici più richieste, è stata definita una delle 100 donne più belle del mondo (da People) e delle più eleganti (da Vogue America), ha messo in fila un film da 8 Oscar (tra cui miglior regia, per Danny Boyle) nel 2009, una première a Cannes lo scorso maggio (con Incontrerai uno sconosciuto alto e bruno, di Woody Allen, nelle sale a dicembre), e ora, con Miral, dell'artista e regista Julian Schnabel, debutta in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. 
Miral, tratto dal romanzo autobiografico di Rula Jebreal, giornalista e scrittrice di origini palestinesi naturalizzata italiana, è ambientato a Gerusalemme e racconta la storia dell'istituto per gli orfani Al-Tifel Al-Arabi e della donna che lo creò, Hind Husseini, attraversando quasi cinquant'anni di storia, dal 1948 al 1994. 

Nel frattempo, Freida ha pure finito di girare un kolossal ispirato alla mitologia greca, The Immortals, dove interpreta il ruolo di Fedra: uscirà il prossimo anno e, anche se non vincerà nessun premio, potrebbe incassare bene e consolidare la sua popolarità. 
Freida arriva in anticipo, febbricitante e preoccupata: per la salute che non c'è e i giorni di lavoro che l'aspettano. «Ma anche se non mi sentivo bene, ho voluto indossare qualcosa di italiano apposta per lei», dice, e mi mostra la sua T-shirt di Dolce & Gabbana. 
Era mai stata a Gerusalemme?
«No. Ma la mia famiglia è cattolica e i miei genitori dicevano sempre: "Dovremmo fare un viaggio in Terra Santa". Un motivo in più per essere felice».
Eppure girare un film in quei luoghi non dev'essere stato facile.
«Ho visto cose che mi hanno molto turbato. Non voglio certo dire che Israele sia un Paese abitato da gente crudele, ma è vero che al popolo palestinese è stata tolta la libertà. Gandhi diceva: "Non c'è una via per la pace, la via è la pace". Il problema è che chi è al potere non agevola il processo di pace. Sul set, per fortuna, l'atmosfera era molto serena. La troupe era composta da israeliani e palestinesi e credo che lavorare insieme abbia aiutato tutti a dimenticare almeno per un po' il clima di violenza».

Alcune scene sono state girate in un campo profughi. Che ricordi ne ha?
«Le posso raccontare un episodio che mi è successo prima di iniziare a lavorare al film. Un giorno, un gruppo di bambini cominciò a raccogliere delle pietre per terra con l'intenzione di scagliarcele addosso. La situazione era molto tesa, finché una ragazza palestinese mi disse: "Parla con loro in arabo, sii amichevole"».

Scusi se la interrompo: lei parla arabo?
«Dovendo interpretare una ragazza palestinese ho voluto imparare le basi, cose tipo "Ciao, come stai?". Comunque, sono bastate poche parole per farli calmare. Non avevo la macchina fotografica, altrimenti avrei fatto uno scatto meraviglioso di tutti quei bambini in fila, con le pietre ancora in mano ma le braccia ormai rilassate lungo il corpo. Quello che voglio dire è che non è poi così difficile comunicare. Soprattutto con i piccoli: hanno solo bisogno di una vita normale e di sentirsi amati. Come, da bambina, ne avevo bisogno io». 

Lei aveva anche bisogno di un palco: ha sempre desiderato diventare un'attrice.
«Guardavo un sacco di Tv e sognavo di poter interpretare quella parte, di indossare quel vestito. In famiglia mi chiamavano la regina dei drammi perché recitavo sempre un po': super felice, super triste, super malata. E immaginavo cose che non c'erano, per esempio di avere una scimmia e un fratellino (in realtà, ha solo una sorella più grande che lavora come produttrice per un canale di news indiano, ndr)».  
Non dev'essere stato facile, per i suoi genitori, gestirla.
«Per niente. Tanto più che raccontavo in giro che mia madre teneva nascosto un bambino in casa. Per fortuna nessuno mi ha mai preso sul serio, altrimenti sarebbe arrivata la polizia ad arrestarla». 
Quindi il suo primo lavoro come modella fu un ripiego?
«Speravo di passare da lì per arrivare dove volevo. In Rise Of the Apes sono una studiosa di primati. Non avrei mai detto che un giorno mi sarei interessata di scimpanzé, invece ho iniziato a fare ricerche e non riesco più a smettere. Fare l'attrice ti arricchisce: devi prepararti, studiare, entrare nella pelle di personaggi diversi. Detesto quando la gente dice: "È indiana, come fa a interpretare quel personaggio?". Finché non mi offrono la parte di una ragazza scandinava, o della regina Elisabetta, non vedo dove sia il problema».

A proposito: lei è stata criticata per certe foto pubblicitarie dove la sua pelle appariva schiarita.
 
«La foto di cui parla lei fu scattata ai tempi in cui lavoravo ancora come modella. E non è vero, come qualcuno ha detto, che faceva parte della campagna di L'Oréal Paris (di cui Freida è testimonial dal 2010, ndr). Io non chiederei mai di essere "sbiancata", ma qualche volte le cose sfuggono al tuo controllo».

La cosa mi ha ricordato uno scandalo italiano di qualche anno fa, di cui proprio Rula Jebreal fu protagonista. Un politico italiano, il ministro Roberto Calderoli, la chiamò «Signora abbronzata», facendo riferimento al colore della pelle.
«Qualcuno mi ha già raccontato questa storia. A meno che non fosse una battuta scherzosa, lo trovo offensivo».
 
Nessuno nega le sue doti, ma di ragazze con talento in giro ce ne sono tante e, per la maggior parte, non diventano attrici famose. Lei perché ce l'ha fatta?
«La gente non sa quanto io mi sia impegnata per arrivare dove sono. Ho lottato, non mi sono accontentata della mia carriera di modella, me ne sono andata da tanti provini perché il copione non mi sembrava abbastanza interessante. Seguo il mio istinto. Quando non sono sicura di voler fare qualcosa, preferisco dire di no». 

A proposito di istinto, lei sembra averlo anche per la moda e lo stile.
«Da piccola ritagliavo dalle riviste le foto dei vestiti che mi piacevano e li incollavo in un album. I miei preferiti erano abiti da sera blu, come quello che ho indossato alla Notte degli Oscar. Desiderare intensamente qualcosa è un modo per forzare il destino». 
E comportarsi da ciò che si vuole diventare, per esempio un'attrice di successo, prima ancora di esserlo, anche questo è un modo per diventarlo?
«Oh, sì. Ma poi bisogna saper andare avanti. Promuovere The Millionaire fu un'esperienza fantastica, ma non facile».

In che senso?
«Era la prima volta che rilasciavo interviste, la prima volta che vedevo Londra, Parigi, Milano. Per fortuna non avevo bisogno di  far finta di essere contenta del film, perché lo ero davvero».

E presto dovette anche affrontare parecchi gossip. Quelli sulla sua relazione con il protagonista del film, Dev Patel, e quelli su un presunto marito segreto.
«Guardi, non parlo della mia vita privata. Non l'ho mai fatto: se rispondi una volta, non ti fermi più». 

Ottima strategia. Chi gliel'ha insegnata?
«L'ho imparata da sola. Quando si tratta di vendere il prodotto Freida, nessuno lo sa fare meglio di me». 

Ma quel presunto marito segreto era un mitomane o vi conoscevate veramente?
«Siamo stati fidanzati. Ma non ci siamo mai sposati». 

Parlavamo di successo.
«La gente pensa che la fama sia fine a se stessa. Invece, essere nota mi dà anche l'opportunità di sostenere cause che ritengo importanti, per esempio dare una mano a organizzazioni che si occupano di infanzia. Per me Angelina Jolie è un modello. È impegnata in cause umanitarie, fa l'attrice e la madre di sei bambini. È inarrestabile». 

Anche lei lo sembra.
«Voglio essere sincera: finora ho dovuto rinunciare a una grossa parte della mia vita. Questa mattina ho chiamato mia mamma, e le ho detto: "Mi manchi, voglio tornare". Sono sei mesi che non vado a casa, non sono una che fa amicizia facilmente e ogni tanto mi sento terribilmente sola. Mi capita spesso di stare in posti fantastici e vorrei condividerli. Ma non c'è nessuno». 

Tutto merito, e colpa, di Danny Boyle.
«E pensare che ero così frustrata e triste che, se non avessi avuto quella parte in The Millionaire, avrei rinunciato per sempre. Avrei fatto... Avrei fatto la wedding planner».

L'organizzatrice di matrimoni? Perché? 
«Non so. Forse perché il compito di chi fa questo lavoro è realizzare sogni».


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