Sofia Coppola: «Carràmba che sorpresa»

26 agosto 2010 
<p>Sofia Coppola: «Carràmba che sorpresa»</p>
PHOTO GETTY IMAGES

Arriva con un abitino a fiori, ha la pelle fresca, è la pubblicità vivente di una persona che non conosce la parola stress. Ha 39 anni e ha partorito la sua seconda figlia sei settimane prima di questa intervista, ma non si direbbe. E non si direbbe nemmeno che è una regista apprezzatissima nonché la «figlia di» meglio connessa del mondo del cinema: il padre Francis, i cugini Nicolas Cage e Jason Schwartzman, gli ex amori Spike Jonze e Quentin Tarantino, l'attuale compagno, Thomas Mars, frontman della band francese Phoenix.  (Ah, e lo stilista Marc Jacobs ha battezzato una borsetta con il suo nome).

In Somewhere c'è molto sarcasmo proprio su situazioni come questa: l'attività promozionale dei film.

«La storia è raccontata dal punto di vista di un attore e loro si lamentano di continuo. È la parte del mestiere che più detestano».

Ecco perché quando noi giornalisti li incontriamo ci rispondono sempre le stesse cose. Tipo: «Sono così fortunato a fare questo lavoro».

«A volte sono sinceri. A volte pensano sia più pratico dire a tutti la stessa frase inoffensiva. A volte non vogliono fare la figura di quelli che se la tirano. Ma non infierisca: sono molto più vulnerabili di quanto sembra».

Nel film lei descrive Hollywood come un mondo a parte, staccato dalla realtà.

«Perché lo è.  È una bolla che ti distrae da tutto ciò che è reale».

Dopo Marie Antoinette - grosso budget, film in costume, centinaia di comparse -  ha scelto di girare questo film minimalista. Perché?

«Ne sentivo il bisogno. E poi, mentre ero a Parigi, ho cominciato a leggere un sacco  di riviste di gossip americane che mi portavano gli amici, con tutte queste storie di attori in crisi, la cui vita va fuori controllo e ho ideato il personaggio di Johnny Marco».

Pensa che qualche attore vero si riconoscerà nel divo fittizio?

«Sono curiosa di scoprirlo. È un mix di molte persone».

Johnny Depp? Leonardo DiCaprio? Owen Wilson? E il fatto che debba salire su una pedana per fare la foto con la collega mi ha fatto ovviamente pensare a Tom Cruise.

«Tutti e nessuno!».

Parte del film è ambientata in Italia. Il divo e la figlia arrivano a Milano per ritirare il Telegatto. Come le è venuto in mente?

«Perché io partecipai al Telegatto con mio padre (nel 2004, ndr) e fu un'esperienza bizzarra, anche perché non capivamo una parola di quello che succedeva».

Ha reclutato diversi italiani: da Simona  Ventura a Valeria Marini.

«Per sceglierli, ho studiato un po' il vostro mondo televisivo, ho visto un sacco di roba su YouTube e un amico mi ha passato dei dvd di vostri entertainer, anche molti che poi nel film non sono nemmeno citati. Il risultato è che, ultimamente, mia figlia maggiore, che ha quattro anni, è pazza di Raffaella Carrà».

Che altro c'è di autobiografico nel film?

«Alcuni ricordi d'infanzia. Sono stata da bambina a Las Vegas con mio padre, come succede ai due protagonisti. E poi, con i miei genitori, ho vissuto a lungo in albergo. In giro per il mondo e anche a New York, dove avevamo un appartamento fisso in un hotel».

C'è una bimba che vive in albergo in La vita senza Zoe, episodio del film New York Stories, che lei scrisse insieme a suo padre quando aveva 18 anni. C'è un albergo in Lost In Translation e ce ne sono due in Somewhere, lo Chateau Marmont di Los Angeles e il Principe di Savoia di Milano. Le piacciono proprio…

«Sì, adoro stare in albergo. E mi piace ordinare il room service».

Non teme mai che la gente la etichetti come una raccomandata?

«La gente può pensare quello che vuole. Io so di avere una mia voce, un mio stile, distinti da quelli di mio padre e so che lavoro con serietà. Le chiacchiere altrui neanche le ascolto».

L'intervista è su Vanity Fair n. 32

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>> Da Frassica alla Marini, tutti «Lost in Somewhere»

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