Leggi l'intervista a
Sofia Coppola: «Carramba che sorpresa (gli
italiani)»
Ai primi di luglio Stephen Dorff era in Italia, per la
promozione di Somewhere, il film di Sofia Coppola di cui è
protagonista e che sarà a Venezia (e in contemporanea in sala) il 3
settembre. Tra un'intervista e l'altra, è stato al mare a Porto
Ercole, con Sofia e la sua famiglia. La foto di Stephen in costume
scattata dai paparazzi è stata subito ripresa dal sito di gossip
americano Perez Hilton. La didascalia diceva, più o meno,
così: «Anche se Stephen Dorff è uno sfigato che ha fatto il suo
tempo, ha dei fantastici addominali e gli daremmo volentieri una
bottarella».
Non sono cose carine. È l'altra faccia del successo che, a
volte, è peggio dell'insuccesso, ed è l'argomento del film di Sofia
Coppola. Infatti, in Somewhere, Dorff interpreta un
divo famosissimo, dal fantasioso nome Johnny Marco, in crisi
nera: gliene frega sempre meno del lavoro che fa, non ha relazioni
ma solo sesso occasionale con donne a caso (avrebbe l'imbarazzo
della scelta ma non fa nemmeno lo sforzo di scegliere) e, spesso, a
metà dell'azione, si addormenta come un sasso. Poi, un giorno, l'ex
moglie gli appioppa la figlia pre-adolescente (Elle Fanning,
sorella di Dakota, un'altra attrice nata) e tutto cambia. In
meglio, come potete immaginare.
Stephen Dorff non è un attore molto famoso. Anche se ha 37 anni
e ha iniziato praticamente da bambino. Ha avuto qualche momento di
gloria quando interpretò un piccolo, bellissimo film inglese,
Backbeat, nel '92, ispirato alla vita di Stu Sutcliffe, il
primo bassista dei Beatles morto giovanissimo per un'emorragia
cerebrale poco prima che i suoi compagni diventassero la band più
famosa al mondo. Lo presero in considerazione per Titanic
e, chissà,magari al posto di DiCaprio oggi ci sarebbe lui.
Invece, ha avuto alti e bassi, come molti, ma adesso è qui, con
Somewhere, tanto bravo che vien da chiedersi perché non
abbia fatto di più, in tutti questi anni. In particolare, negli
ultimi tre, a parte un ruolo in Nemico pubblico, era quasi
scomparso.
Dov'era finito?
«Stavo male. Lavoravo il meno possibile e pensavo seriamente di
smettere di recitare. La crisi è iniziata con la malattia di mia
madre, Nancy. Prima ho mollato tutto per starle vicino sei mesi,
poi, nel 2008, lei è morta e io sono finito in un buco nero di
disperazione e rabbia. Non ne venivo fuori. Mi mancava tanto mia
madre, era una di quelle mamme buone, anche troppo. Era sempre
dalla mia parte, con lei al mondo non mi sentivo mai solo o
"sbagliato". Senza di lei, solo angoscia».
Come ne è uscito?
«Ero a Parigi, dove avevo incontrato Sofia, ero uno dei
candidati al ruolo di Johnny Marco in Somewhere. Qualche
giorno dopo, proprio quello del primo anniversario della morte di
mia madre, mentre passeggiavo nervoso vicino alla Tour Eiffel ho
avuto la sensazione che lei fosse lì con me e che mi dicesse di
pensare positivo, di cambiare rotta, di fidarmi di Sofia. Ho anche
telefonato a mio padre. "Io a queste cose non ho mai creduto", gli
ho detto, "mi sono sempre sembrate delle stronzate, però, ti giuro,
mamma oggi era con me". La sera stessa, Sofia mi ha chiamato per
dirmi che la parte era mia. Sono scoppiato a piangere: un pianto di
gioia, liberatorio. Da quel momento è andato tutto molto
meglio».
Se Somewhere avesse un motto, sarebbe: la
celebrità fa schifo. È così?
«Io non ho mai avuto molti problemi perché non sono mai stato
troppo famoso. Mi fa ancora piacere quando qualcuno mi riconosce
per strada e mi chiede l'autografo. Penso che serva a mandare la
gente al cinema. E anche se un giorno dovessi arrivare al livello
di fama di un Tom Cruise, penso che non cambierei, cercherei di
essere sempre affettuoso e amichevole con tutti».
La contraddizione della fama è che, all'inizio, si fa di
tutto per mettersi in mostra e, poi, raggiunta la notorietà, si fa
di tutto per nascondersi.
«No, guardi, il problema non è questo. Il problema è imparare a
gestire la solitudine. Tra un film è l'altro, per esempio, io mi
deprimo. Durante i due mesi e mezzo in cui abbiamo girato
Somewhere, stavo bene. Poi, quando abbiamo finito, mi sono
sentito molto svuotato e depresso. Telefonavo a Sofia e le
domandavo: "Non possiamo girare qualche scena in più, per
favore?"».
Che ne pensa dei suoi colleghi che, attraverso Twitter o
Facebook, comunicano al mondo tutto quello che fanno minuto per
minuto?
«Mi sembra una roba da disperati. Un modo per affermare la tua
esistenza e metterti alla mercè di gente strana e matta. Mio padre
è musicista (Steve Dorff, autore di colonne sonore per cinema e
Tv e di canzoni per cantanti come Barbra Streisand e Whitney
Houston, ndr), lui è molto presente in rete per motivi di
lavoro e siccome abbiamo praticamente lo stesso nome - io sono
Stephen Dorff jr. - un mucchio di pazzi contattano lui per arrivare
a me. Ma pazzi veri. Son cose che quando non c'era Internet non
succedevano».
Il divo di Hollywood, come è descritto nel film, rischia
di non stare molto simpatico. Vive nel lusso, gira in Ferrari,
abita in alberghi meravigliosi, servito e riverito. E in più si
lamenta.
«Lo so, la gente dice: "Ma di che si lamentano questi, hanno
tutto, hanno la vita facile". Ma quando ci si sente soli, o tristi,
si sta male come tutti gli altri».
Magari «a tutti gli altri» non cascano ragazze nel letto
a pacchi, come succede a Johnny Marco nel film…
«Oddio, questo è vero! Però è anche vero che è molto difficile
costruire qualcosa di buono quando potresti avere tutte le donne
che vuoi. Io non sono una star come Johnny ma, nel mio piccolo,
essere circondato sul set da tutte quelle belle ragazze, mi faceva
girare la testa. Sofia mi diceva spesso di trovarmi una fidanzata,
ma io le rispondevo: "Lo farò, forse quando smetterai di farmi
incontrare tutto questo ben di dio ogni mattina sul set"».
Davvero vorrebbe trovare una brava ragazza e metter su
famiglia?
«Lo vorrei sì, sarebbe ora. Mi sento pronto. Ma mi sa che ci
vuole un altro miracolo di mamma, da lassù».
L'intervista è su Vanity Fair n. 32
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