Stephen Dorff: «Mai stato troppo famoso»

26 agosto 2010 
<p>Stephen Dorff: «Mai stato troppo famoso»</p>
PHOTO GETTY IMAGES

Leggi l'intervista a Sofia Coppola: «Carramba che sorpresa (gli italiani)»

Ai primi di luglio Stephen Dorff era in Italia, per la promozione di Somewhere, il film di Sofia Coppola di cui è protagonista e che sarà a Venezia (e in contemporanea in sala) il 3 settembre. Tra un'intervista e l'altra, è stato al mare a Porto Ercole, con Sofia e la sua famiglia. La foto di Stephen in costume scattata dai paparazzi è stata subito ripresa dal sito di gossip americano Perez Hilton. La didascalia diceva, più o meno, così: «Anche se Stephen Dorff è uno sfigato che ha fatto il suo tempo, ha dei fantastici addominali e gli daremmo volentieri una bottarella».

Non sono cose carine. È l'altra faccia del successo che, a volte, è peggio dell'insuccesso, ed è l'argomento del film di Sofia Coppola. Infatti, in  Somewhere, Dorff interpreta un divo famosissimo, dal fantasioso nome Johnny Marco,  in crisi nera: gliene frega sempre meno del lavoro che fa, non ha relazioni ma solo sesso occasionale con donne a caso (avrebbe l'imbarazzo della scelta ma non fa nemmeno lo sforzo di scegliere) e, spesso, a metà dell'azione, si addormenta come un sasso. Poi, un giorno, l'ex moglie gli appioppa la figlia pre-adolescente (Elle Fanning, sorella di Dakota, un'altra attrice nata) e tutto cambia. In meglio, come potete immaginare.

Stephen Dorff non è un attore molto famoso. Anche se ha 37 anni e ha iniziato praticamente da bambino. Ha avuto qualche momento di gloria quando interpretò un piccolo, bellissimo film inglese, Backbeat, nel '92, ispirato alla vita di Stu Sutcliffe, il primo bassista dei Beatles morto giovanissimo per un'emorragia cerebrale poco prima che i suoi compagni diventassero la band più famosa al mondo. Lo presero in considerazione per Titanic e, chissà,magari  al posto di DiCaprio oggi ci sarebbe lui. Invece, ha avuto alti e bassi, come molti, ma adesso è qui, con Somewhere, tanto bravo che vien da chiedersi perché non abbia fatto di più, in tutti questi anni. In particolare, negli ultimi tre, a parte un ruolo in Nemico pubblico, era quasi scomparso.

Dov'era finito?

«Stavo male. Lavoravo il meno possibile e pensavo seriamente di smettere di recitare. La crisi è iniziata con la malattia di mia madre, Nancy. Prima ho mollato tutto per starle vicino sei mesi, poi, nel 2008, lei è morta e io sono finito in un buco nero di disperazione e rabbia. Non ne venivo fuori. Mi mancava tanto mia madre, era una di quelle mamme buone, anche troppo. Era sempre dalla mia parte, con lei al mondo non mi sentivo mai solo o "sbagliato". Senza di lei, solo angoscia».

Come ne è uscito?

«Ero a Parigi, dove avevo incontrato Sofia, ero uno dei candidati al ruolo di Johnny Marco in Somewhere. Qualche giorno dopo, proprio quello del primo anniversario della morte di mia madre, mentre passeggiavo nervoso vicino alla Tour Eiffel ho avuto la sensazione che lei fosse lì con me e che mi dicesse di pensare positivo, di cambiare rotta, di fidarmi di Sofia. Ho anche telefonato a mio padre. "Io a queste cose non ho mai creduto", gli ho detto, "mi sono sempre sembrate delle stronzate, però, ti giuro, mamma oggi era con me". La sera stessa, Sofia mi ha chiamato per dirmi che la parte era mia. Sono scoppiato a piangere: un pianto di gioia, liberatorio. Da quel momento è andato tutto molto meglio».

Se Somewhere avesse un motto, sarebbe: la celebrità fa schifo. È così?

«Io non ho mai avuto molti problemi perché non sono mai stato troppo famoso. Mi fa ancora piacere quando qualcuno mi riconosce per strada e mi chiede l'autografo. Penso che serva a mandare la gente al cinema. E anche se un giorno dovessi arrivare al livello di fama di un Tom Cruise, penso che non cambierei, cercherei di essere sempre affettuoso e amichevole con tutti».

La contraddizione della fama è che, all'inizio, si fa di tutto per mettersi in mostra e, poi, raggiunta la notorietà, si fa di tutto per nascondersi.

«No, guardi, il problema non è questo. Il problema è imparare a gestire la solitudine. Tra un film è l'altro, per esempio, io mi deprimo. Durante i due mesi e mezzo in cui abbiamo girato Somewhere, stavo bene. Poi, quando abbiamo finito, mi sono sentito molto svuotato e depresso. Telefonavo a Sofia e le domandavo: "Non possiamo girare qualche scena in più, per favore?"».

Che ne pensa dei suoi colleghi che, attraverso Twitter o Facebook, comunicano al mondo tutto quello che fanno minuto per minuto?

«Mi sembra una roba da disperati. Un modo per affermare la tua esistenza e metterti alla mercè di gente strana e matta. Mio padre è musicista (Steve Dorff, autore di colonne sonore per cinema e Tv e di canzoni per cantanti come Barbra Streisand e Whitney Houston, ndr), lui è molto presente in rete per motivi di lavoro e siccome abbiamo praticamente lo stesso nome - io sono Stephen Dorff jr. - un mucchio di pazzi contattano lui per arrivare a me. Ma pazzi veri. Son cose che quando non c'era Internet non succedevano».

Il divo di Hollywood, come è descritto nel film, rischia di non stare molto simpatico. Vive nel lusso, gira in Ferrari, abita in alberghi meravigliosi, servito e riverito. E in più si lamenta.

«Lo so, la gente dice: "Ma di che si lamentano questi, hanno tutto, hanno la vita facile". Ma quando ci si sente soli, o tristi, si sta male come tutti gli altri».

Magari «a tutti gli altri» non cascano ragazze nel letto a pacchi, come succede a Johnny Marco nel film…

«Oddio, questo è vero! Però è anche vero che è molto difficile costruire qualcosa di buono quando potresti avere tutte le donne che vuoi. Io non sono una star come Johnny ma, nel mio piccolo, essere circondato sul set da tutte quelle belle ragazze, mi faceva girare la testa. Sofia mi diceva spesso di trovarmi una fidanzata, ma io le rispondevo: "Lo farò, forse quando smetterai di farmi incontrare tutto questo ben di dio ogni mattina sul set"».

Davvero vorrebbe trovare una brava ragazza e metter su famiglia?

«Lo vorrei sì, sarebbe ora. Mi sento pronto. Ma mi sa che ci vuole un altro miracolo di mamma, da lassù».

L'intervista è su Vanity Fair n. 32

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