Francesco Scianna: «L'animale che c'è in me»

27 agosto 2010 
<p>Francesco Scianna: «L'animale che c'è in me»</p>
PHOTO LAPRESSE

L'anno scorso, ha portato a Venezia la Sicilia, la Bagheria in cui è nato e che è diventata Baarìa nel film di Giuseppe Tornatore di cui lui era protagonista. Quest'anno, alla Mostra - Fuori concorso - porta invece la Milano degli anni Settanta: una città che lui, nato nel 1982 e cresciuto prima in Sicilia e poi a Roma, non ha mai conosciuto.

Due volte di seguito sul Lido è una soddisfazione che lo fa sorridere, con quel modo garbato di ragazzo che assomiglia a un antico gentiluomo siciliano. Francesco Scianna in Vallanzasca - Gli angeli del male, il film di Michele Placido tratto dal libro autobiografico di Renato Vallanzasca Il fiore del male (scritto con Carlo Bonini e pubblicato da Tropea), interpreta Francis «Faccia d'angelo» Turatello. Non è un personaggio facile né simpatico: il «bel René» era quello che fra una rapina e un omicidio conquistava le donne con i suoi occhi azzurri, Turatello era il re di Milano, delle bische e dei suoi traffici. Uno cattivo, che fece una fine terribile. Mentre Vallanzasca (nel film, Kim Rossi Stuart) ebbe i suoi ergastoli, Turatello - che doveva scontare una pesante condanna - fu ucciso nel carcere sardo di Badu'e Carros, sventrato dal camorrista Pasquale Barra, detto 'o animale, che gli addentò per spregio chi dice il cuore chi dice il fegato.

Per lei, chi era Turatello?

«Uno che non conoscevo, prima di iniziare il film. Vallanzasca era più popolare, mentre lui non appariva così in prima persona, però gestiva tutto da dietro le quinte, anche quando era in prigione, come nel caso del matrimonio».

Quale matrimonio?

«Quello di Vallanzasca, in carcere. Fu Turatello a volerlo. In realtà il messaggio all'esterno era che Renato non si sposava con Antonella, ma con lui, Francis. Così, pensava, tutti avrebbero capito che lui e Vallanzasca erano tornati amici, dopo essersi combattuti. Sperava che questo avrebbe dato di lui un'immagine più forte, invece finì sventrato in quel modo».

Sarà un film molto violento?

«Le cose che ci devono essere ci saranno, non si tratta di versioni edulcorate dei fatti. Placido è riuscito a tirar fuori il mio istinto, l'animale che c'è in me».

La violenza potrebbe innescare una nuova polemica, dopo quella dei parenti dei poliziotti uccisi da Vallanzasca, che si sono lamentati perché l'assassino con questo film rischia di diventare un eroe.

«Il dolore merita sempre rispetto. Ma credo che il film possa essere un modo per andare oltre: bisogna conoscere e far conoscere, solo così si può crescere. Noi non esaltiamo la figura di Vallanzasca, raccontiamo quella storia e ci auguriamo possa servire a capire che cosa è accaduto. Lo spettatore non ce lo immaginiamo come un'entità passiva che dice: "Che figo, quello con la pistola"».

A proposito di fascino, Turatello com'era rispetto al «bel René»?

«Francis non era bello come Renato, ma aveva il viso da buono e ci sapeva fare con le donne, era quello che le proteggeva, se ne prendeva cura. Anche con Antonella, che Vallanzasca ha sposato in carcere, e che era amica di entrambi da ragazzini: le regalava fiori, la chiamava principessa, la portava fuori la sera e la riaccompagnava presto a casa perché non voleva che rientrasse tardi. La trattava come una sorella».

Lei ha incontrato qualcuno della famiglia di Turatello?

«Sì, il figlio Eros. Oggi ha poco meno di 40 anni e lavora in un'agenzia di viaggi. Mi ha mostrato delle foto, l'immagine privata di suo padre, anche se l'ha conosciuto pochissimo. In famiglia, per Turatello era importante essere l'uomo che provvedeva a tutti e gestiva tutto. Con il figlio era affettuoso, diceva di volergli regalare una casa cinematografica come se in qualche modo volesse risarcirlo. Del resto Francis, da piccolo, un padre non l'aveva avuto: si era costruito un proprio mito, diceva di essere figlio del boss mafioso Frank tre dita, ma è più probabile che il suo vero genitore fosse uno sconosciuto contrabbandiere».

Lei ha incontrato Vallanzasca sul set?

«Qualche volta. È stato rispettoso del nostro lavoro, e di grande aiuto quando ho avuto bisogno di ricostruire episodi che solo lui poteva conoscere. Un giorno, alla fine di una scena, Vallanzasca è venuto da me e mi ha detto: "Lo sai che mi stai proprio sulle palle?". Voleva dire che ero sulla strada giusta, che vedeva Francis e non Francesco».

Diverse scene sono state girate in carcere: avete avuto contatti con i detenuti? La riconoscevano per via di Baarìa?

«Qualcuno mi ha riconosciuto, ma non per il film di Tornatore: io ho lavorato anche nel Capo dei capi (la miniserie su Salvatore Riina, ndr) e quello l'avevano visto tutti».

Stando in galera e parlando con Vallanzasca, si è fatto un'idea sulle condizioni dei carcerati?

«Un'ora prima di girare in carcere, sono entrato in una cella e ci sono rimasto da solo, per prepararmi. Le sbarre, lo spazio ridottissimo, la mancanza di cielo. Fino a quell'istante, non avevo capito che cosa significasse veramente essere reclusi: deve essere terribile anche solo per pochi mesi, figuriamoci l'ergastolo. Mi è presa un'angoscia tremenda. Poi, vicino a dove giravamo, c'erano alcuni ergastolani che ci osservavano, ma era come se nei loro occhi non passasse niente, come se fossero fuori da tutto. Quello è un mondo a parte: lì c'è la morte».

Ne ha parlato con Vallanzasca?

«No, non sapevo fino a che punto potevo spingermi».

A Palermo, lei ha mai avuto contatti diretti con la criminalità?

«Un giorno nel mio palazzo è venuto ad abitare Antonio Ingroia (procuratore aggiunto dell'Antimafia, ndr): la microcriminalità che conoscevo, furti e scippi, è improvvisamente sparita. Però ho conosciuto altre paure: auto abbandonate nei giardini, il timore dell'attentato, lo spavento. Avevo 14-15 anni, e questo mi ha fatto sentire improvvisamente privato della mia libertà, della spensieratezza di giocare a pallone».

A parte il film di Placido, ha altri lavori in uscita?

«Dovrei fare un corto con Gabriele Muccino, e ho girato una serie diretta da Gianluca Tavarelli, Le cose che restano: quasi una Meglio gioventù ai nostri giorni, dove sono un poliziotto in borghese che ha una storia con una prostituta».

Dopo tanti poliziotti e delinquenti, ci dice qualcosa sulla sua situazione sentimentale? Di recente l'hanno fotografata con l'attrice Virginie Marsan, poco dopo era al mare con Francesca Chillemi: chi è quella giusta?

«Diciamo che la mia ultima storia importante è finita quattro anni fa. Adesso coltivo la mia crescita, mi sposto molto, sono sempre in giro. In questo momento la mia casa è una valigia».

Vuol dire che nella valigia una ragazza fissa non ci sta?

«Non metterei mai una ragazza in valigia, meglio una ragazza con la valigia, che partisse con me in questa ricerca. Insomma, diciamo che al momento l'unico valore è tentare di rendere bello quello che succede, qualunque forma o durata abbiano questi incontri».

 

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