Julian Schnabel: l'uomo che dipinge film

31 agosto 2010 
<p>Julian Schnabel: l'uomo che dipinge film</p>
PHOTO JULIAN SCHNABEL -

«Il lavoro continua», dice Julian Schnabel mentre, fuori dal suo studio newyorkese, un cielo plumbeo e carico di pioggia incombe su Manhattan. Su una scrivania, il modellino in scala dell'AGO, la Art Gallery Of Ontario - «il più grande museo canadese», spiega - dove il pittore/regista sta allestendo Julian Schnabel: Art And Film, una estesa retrospettiva delle sue opere che debutta a Toronto in settembre. La mostra, in effetti, coincide con la prima nordamericana di Miral, il suo ultimo film, al Toronto International Film Festival. Preceduta da una prima mondiale, il 2 settembre, a Venezia: e di questo Schnabel è molto contento perché fu proprio a Venezia, dieci anni fa, che per il suo secondo film, Prima che sia notte - la storia struggente del poeta cubano omosessuale Reinaldo Arenas - portò a casa il Gran premio della giuria e la Coppa Volpi per l'interpretazione di Javier Bardem (che gli valse poi la sua prima candidatura all'Oscar come miglior attore).

Mentre cerca, fissando sulle pareti del modello minuscole riproduzioni in scala delle sue gigantesche tele, la posizione migliore nelle sale del museo, spiega che la coincidenza tra i due eventi canadesi non è casuale. «La mostra era in programma da un pezzo, ma ho voluto che Miral fosse pronto in tempo proprio per proiettarlo a Toronto in contemporanea con la retrospettiva. È stata di David Moos (curatore della Art Gallery, ndr) l'idea di legare film e dipinti. Mentre mi intervistava per il catalogo, mi ha chiesto: "Che differenza c'è tra far posare Andy Warhol (il suo famoso ritratto di Warhol sarà in mostra, ndr) e far recitare Javier Bardem?". Ed è un'ottima domanda perché è basata sul rispetto: rispetto per due uomini diversi, per due epoche diverse». 

GERUSALEMME CON RULA
La parola viene fuori più volte parlando di Miral, suo quarto film da regista, tratto dal libro della giornalista-scrittrice Rula Jebreal, che ha firmato con lui la sceneggiatura, e che, assieme alla figlia adolescente, vive con Schnabel. «Rispetto è stata la mia parola d'ordine. A essere onesti, non capivo la complessità di Gerusalemme. Credevo di conoscerla (è nato a Brooklyn da una famiglia ebraica, ndr): mia madre, nel 1948, era presidentessa dell'Hadassah (organizzazione sionista femminile che costruiva ospedali nel nascente Stato ebraico e che tuttora promuove attraverso il volontariato progetti per la salute e per l'infanzia in Israele e nel mondo, ndr). Ma conoscere Rula, e leggere il libro dove ha raccontato che cosa significhi crescere laggiù, mi ha dato un altro tipo, molto più approfondito, di conoscenza». 

Al centro della storia, che copre un arco di 60 anni, c'è un orfanotrofio-istituto femminile per giovani palestinesi a Gerusalemme. E, pur trattandosi di un'opera di fiction, il film - come il romanzo - è basato sulla vita di Rula Jebreal. «Mi è sembrato il film perfetto per dare un seguito allo Scafandro e la farfalla (la storia vera, acclamatissima e premiatissima, di Jean-Dominique Bauby, un giornalista che, rimasto paralizzato dopo un ictus, comunica solo con l'occhio sinistro, ndr). Bauby si trovava attratto da donne che si assomigliavano. Questa invece è la storia di donne che combattono per sopravvivere a un trauma. Quando pensi che il peggio sia già accaduto, arriva qualcos'altro». Il film finisce nel 1993, con la firma degli accordi di Oslo, che fanno nascere l'Autorità Nazionale Palestinese e generano speranze di pace destinate a essere tradite. «E quando senti Hind (la fondatrice della scuola, interpretata da Hiam Abbass, ndr) dire che non avrebbe mai pensato di vivere abbastanza per vedere la pace, ti si spezza il cuore, perché la realtà è che non vivrà abbastanza per vedere la pace».

Quella della protagonista, Miral, che entra nell'istituto bambina e, uscendone adolescente, scopre la realtà che la circonda, è una parte ricca di sfumature emotive: una vera sfida per Freida Pinto, ex modella al suo secondo film dopo The Millionaire di Danny Boyle. E Schnabel, finora, aveva sempre lavorato con attori di esperienza e prestigio. «Ma io sono un collaboratore», obietta. «Dire "un film di Julian Schnabel" è una follia. Dipingere, dipingo da solo. Ma i film non li faccio da solo. Lo scafandro era mio, di Mathieu Amalric e di altri. Certo, qualche preoccupazione su Freida ce l'avevo, c'erano delle voci, poteva davvero essere una modella superficiale - anche se ne ho conosciute abbastanza per sapere che non sempre è così, e certo non lo è nel suo caso. Del resto, sono state dette troppe falsità sul mio conto perché io dia molto credito a quello che si dice in giro». A convincerlo che Freida era quella giusta fu un provino che girò lo stesso Boyle, con lui nella parte del vecchio padre di Miral. «Ho visto la generosità e il calore nei suoi occhi. L'amore per suo padre. Lì ho capito che poteva essere Miral». 

IL BAMBINO CHE ERO
Benché si senta prima di tutto un pittore - «Non riesco a stare lontano dalla pittura: anche quando giro, nelle pause, dipingo» - è evidente quanto i film abbiano influenzato il suo modo di pensare e di guardare il mondo. «Pensi solo alle dimensioni delle mie tele: sono come schermi cinematografici. E a guardarle, spesso, potrebbero essere fotogrammi. Come se avessi fermato la proiezione e ci avessi dipinto sopra. Per me c'è sempre qualcosa che straborda dalla tela, proprio come in un film, quando è un film potente, c'è qualcosa che straborda dallo schermo». Lo irrita un po' sentirsi dire che come regista è anche più bravo che come pittore. «Da una parte lo prendo come un complimento, soprattutto se viene da persone che non conoscono il mondo dell'arte: vengono a vedere i miei dipinti dopo aver visto i miei film, è normale che la pensino così. La mia voglia di mescolare forme di espressione diverse non appartiene alla vecchia scuola, ed è per questo forse che all'inizio mi ha procurato tante critiche. Ora, i giovani non hanno paura di fare tante cose allo stesso tempo. Ma io sono della vecchia guardia: non ho mai scritto una email». Gli piace molto meno quando l'argomentazione «meglio i film che i quadri» viene dagli insider del mondo dell'arte. «C'è tanta invidia, livore. Eppure lo sanno che non è vero. A dipingere, penso di essere bravo come i più bravi. Chi è migliore di me? Cy Twombly mi piace davvero. Ma io sono bravo, molto bravo».

Schnabel non alza quasi mai la voce. La sua calma è segno che questi due diversi modi di espressione, in lui, non fanno la guerra ma si completano, e forse è proprio questa fiducia in se stesso, questo gusto di lavorare e di vivere, che lo rende un bersaglio privilegiato. «O forse c'è ancora del risentimento nei miei confronti. Era il 1987 quando scrissi la mia autobiografia, CVJ: Nicknames Of Maitre D's & Other Excerpts From Life, e non è una cosa che di solito un artista fa a 35 anni». O forse, gli faccio notare, dipende dal tipo di tele che lo hanno reso famoso: tele esagerate, dimensioni Cinemascope. «Può darsi. I quadri erano così grandi che la gente non mi immaginava come un artista sensibile. Ma anche un film proiettato su un grande schermo può avere sfumature sottili, essere potente, toccante».

E i suoi film - tutti basati sulle vite di persone reali - sono in fondo ritratti impressionisti, dove si sforza di rappresentare il mondo spirituale dei soggetti. «È giusto dire che i miei sono film "basati su persone reali". Detesto l'espressione "biografico": quelli sono film che a me sembrano sempre rigidi e senza vita. Io cerco di fare qualcosa di molto diverso, di dare al film lo stesso "peso" che ha un ritratto. Di guardare al personaggio come a un bambino, di catturare il momento della vita in cui è in contatto con quella parte di sé - come l'artista deve essere». In Miral, ha messo anche un pezzo del bambino che è stato. «C'è una scena dove Miral viene accompagnata dal padre (interpretato da Alexander Siddig, ndr) e lasciata all'istituto. Lui scompare, e lei fissa incredula la valigia. Ricordo quando mia madre mi accompagnò il primo giorno di scuola. Disse che andava alla toilette. Dopo una lunga attesa, non vedendola arrivare, andai nei bagni a cercarla, e quando capii feci una scenata. Ero terrorizzato e giravo per la scuola, deciso a trovarla. Proprio come Miral».

 L'ARTISTA CHE È IN LORO
Dopo il lancio del film, tornerà a concentrarsi sulla pittura. «Non l'ho mai abbandonata, però quando giro sul set la uso quasi come distrazione. E mi manca. Un pittore, questo sono. E come pittore ho un punto di vista, che è la cosa che un artista deve avere. Con la macchina da presa non sono il più bravo del mondo né voglio esserlo, c'è tanta gente che ha più tecnica di me. Però non hanno il punto di vista, quello che Antonioni aveva in più rispetto a loro. I film, così, li può fare chiunque. La differenza è che io arrivo sapendo quello che voglio, come quando mi avvicino alla tela. Come nello Scafandro, dove Bauby deve usare tutta la sua concentrazione per far uscire le parole. E ha solo quel minuscolo pezzettino di campo visivo: ha dovuto perdere tutto per trovare quel punto di vista, per trovare se stesso, per diventare un artista e sfruttare al meglio il tempo che gli rimane. Prima dell'ictus era un giornalista, un amministratore di arte altrui. Tutti i miei film raccontano di persone che scoprono l'artista dentro di sé. Che trovano la loro arte. Io l'ho già trovata, e sto per tornare da lei».

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