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Venezia
«A scuola? Se me lo concedete, ero una gran paracula». Concesso,
per carità, non fosse altro perché Isabella Ragonese, 29 anni, a
Venezia è la madrina della Mostra del cinema. Dove presenta anche
un film. Il ruolo? Per contrappasso, la «studentessa paracula» è,
nel Primo incarico, esordio alla regia di Gioia Cecere
(presentato al Lido nella sezione Controcampo italiano), una
professoressa degli anni '50, Filomena. Una donna alle prese con un
trasferimento professionale che stravolge stati d'animo e promesse
d'amore. «Una maestra del Sud», specifica Isabella. «La mandano a
insegnare a 150 km da casa, in Salento. In quei tempi lì, mica roba
da ridere. E infatti: sarà una rivoluzione».
Le scuole stanno per ricominciare, quest'anno
«riformate» dalla manovra Gelmini.
«Gli studenti e i professori alle prese con i tagli vivono lo
stesso disagio di noi attori. La lotta non dovrebbe più essere
corporativa, ma unirci. Perché l'emergenza è di risorse alla
cultura, a quello che non è esattamente un optional in un Paese
come l'Italia, né può rimanere solo un orgoglio declinato al
passato. Ci stiamo giocando il futuro».
Che studentessa era?
«Atipica: non una secchiona, detestavo ripetere la paginetta a
memoria, piuttosto interrogata raccontavo dei libri che leggevo,
dei film che guardavo. La sfangavo sempre rivoltando, insomma, la
frittata. Per il resto, ero una bella frana nelle materie
scientifiche, brava in quelle umanistiche. In cattedra una prof.
eccezionale, la Pompeo, di greco e latino. Se lei un giorno non
m'avesse detto: "Prova a recitare, iscriviti al laboratorio
pomeridiano di teatro", oggi non sarei qui».
Qui, dove da madrina avrà visto tutti i
film.
«Tutti non è umanamente possibile. Però c'è chi si sorprende di
vedermi alla proiezione delle 8.30. Il giorno dopo titola: "La
Ragonese "beccata" in sala all'alba. Come fosse una cosa
strana».
Mai senza...
«La pasta al forno che adoro. Mi butto sul culinario perché, al
netto di tutto, credo che mangiare sia una delle poche cose davvero
irrinunciabili».
E' stata molte donne: la moglie di periferia (La
nostra vita), la prof. in crisi (Il primo incarico),
la ragazza innamorata della sua amica di sempre (Viola di
mare), la laureata precaria (Tutta la vita davanti).
Come stanno, oggi?
«Stiamo male. E finché non ci svegliamo poco cambierà. Senza
contare che provo un fastidio reale nella rappresentazione che si
fa di noi».
In Tv, con le veline e altre loro
declinazioni?
«Ovunque. Lavoriamo duramente, siamo più preparate degli uomini.
E dobbiamo ancora dimostrare di essere professionali e
intelligenti. In più dobbiamo pure essere maestre nel conciliare
insieme casa e lavoro, senza alcun aiuto».
Sembra una storia vecchia decenni.
«Perché ancora siamo ingabbiate. In tanti stereotipi. Siamo
sempre "qualcosa": una mamma, una figlia, una moglie, un'amante,
una donna in carriera. Non riusciamo a guarire».
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