Che numeri, Marinelli

09 settembre 2010 
<p>Che numeri, Marinelli</p>
PHOTO CLAUDIO PORCARELLI -

È bello fare una prima intervista. La persona che hai davanti non ha mai parlato con un giornalista, non ha frasi fatte da ripetere, luoghi comuni dietro cui difendersi. Luca Marinelli ha 25 anni, è romano, e finora ha incontrato solo una volta un giornalista tedesco («Non so com'è andata, è successo tutto in inglese»).

È lui il protagonista di uno dei film della Mostra del Cinema di Venezia e della nuova stagione cinematografica: La solitudine dei numeri primi, diretto da Saverio Costanzo e tratto dal best seller di Paolo Giordano, opera prima uscita nel 2008, vincitore di Strega e Campiello.
Anche Luca è un debuttante. Con i suoi occhi chiari, i piedi agitati forse per il nervosismo, la struttura forte e delicata, potrebbe assomigliare vagamente a Kim Rossi Stuart. Ma lui, che alle malizie delle interviste non è appunto abituato, dice invece che qualcuno lo ha paragonato a Filippo Timi o a Sergio Castellitto.

La sua storia prima del film è quella di un ragazzo che, dopo il liceo classico - «finito in sette anni» - e dopo aver fatto un po' di doppiaggio con il padre - «ma ci stavo malissimo: mi dicevano che non andavo bene, che avevo un accento troppo romanesco; ho rimosso quell'esperienza, mi ricordo solo di aver doppiato con mio cugino Tip e Tap, i nipoti di Topolino» - è entrato all'Accademia di arte drammatica Silvio D'Amico. Il suo saggio di fine corso, con Carlo Cecchi, lo vide Valentina Cervi.
Fu lei a suggerire il nome di Marinelli a Costanzo che, dopo aver scelto come protagonista femminile Alba Rohrwacher,  stava facendo i provini per la parte di Mattia, il ragazzo che da bambino ha abbandonato la sorella handicappata e che sconta la vita continuando a tagliuzzarsi braccia e altre parti del corpo. Parte per la quale si era fatto anche il nome di Riccardo Scamarcio. Ma Marinelli non ha mai osato chiedere al regista - «sia mai che ci ripensasse» - perché poi invece sia stato preferito lui, attore alle primissime armi.
Lo aveva letto il libro?
«No. L'ho comprato quando mi telefonarono per il provino: avevo un paio d'ore per documentarmi. Chiamai mia nonna, che lo aveva letto: mi disse che Mattia era un depresso. Poi chiesi ad alcuni amici, che mi diedero altre interpretazioni. Frullai le informazioni insieme, mi allacciai la camicia fino all'ultimo bottone, la chiusi dentro i pantaloni e mi lanciai».

E così ebbe la parte?
«No, fu una storia lunga. Feci moltissimi provini, per un mese continuai a vedere Saverio, che ogni volta mi faceva inventare qualcosa di nuovo. Poi arrivò Alba e lì mi sentii al sicuro, alleggerito: adesso c'era lei con cui dividere il peso».

Alba interpreta Alice, una ragazza anoressica. Sarà dimagrita molto.
«Dodici chili. Io in compenso ne ho presi molti di più».

Perché? Nel libro Mattia non è grasso.
«Costanzo voleva che, per evidenziare anche la nostra complementarità, la perdita e l'accumulo di peso andassero di pari passo. Questo è successo in tre mesi. All'inizio io e Alba mangiavamo insieme, ma poi ci siamo dovuti separare: non potevo farmi due etti di pasta, le bistecche, tre chili di succhi di frutta al giorno davanti a lei. Adesso io peso 80 chili, ma ero arrivato a 99. Lei invece era così magra che sotto la pelle le si vedevano le ossa».
Vedremo il suo personaggio mentre si taglia?
«Solo un paio di volte. Il trucco era lunghissimo, tre ore per disegnarmi le ferite sulle braccia e sul corpo. Comunque ci siamo documentati: Costanzo ci ha fatto vedere diversi filmati con testimonianze su questa forma di autolesionismo, c'è chi racconta la sua esperienza e come ne è uscito. Poi, Saverio ci ha fatto anche leggere alcuni libri».

Quali libri?
«Il castello di Kafka, forse perché lì si racconta l'impossibilità di raggiungere un obiettivo. E poi I fratelli Karamazov, bellissimo: ci è servito soprattutto per la prima parte del film».

Non li aveva mai letti?
«No, mai».

Ma La solitudine dei numeri primi alla fine l'ha letto?
«Sì, e sottolineavo tutte le descrizioni dei comportamenti fisici di Mattia, per esempio il suo modo di camminare silenziosamente appoggiando prima la punta e poi il lato esterno del piede. Lo faccio ancora».

Lei ha mai avuto la tentazione di farsi del male?
«No, però anch'io avevo i miei disturbi. Da ragazzino ho mandato all'ospedale una settimana un amico perché lo avevo colpito all'occhio, mi era presa così. Poi, non camminavo mai sulle righe delle mattonelle, non mettevo i piedi sui tombini. Facevo strane cose con i numeri... veramente qualcuna la faccio ancora».

È l'interprete perfetto, visto che Mattia è ossessionato dalla matematica.
«Io però al liceo se andava bene prendevo 2, in matematica e fisica».

Che cosa combina adesso con i numeri?
«Per esempio, il volume della radio deve sempre essere un numero pari. Oppure, se sono nervoso in auto, sommo le cifre delle targhe che vedo e, a seconda del risultato, sono più o meno tranquillo. Ci sono dei numeri pericolosi».

Quali?
«Il 3 e i suoi multipli».

Mi scusi: mai cercato un supporto psicologico?
«Mi sono fatto aiutare un po' da ragazzino, ma il peggio è passato semplicemente crescendo».

Nel film, sua madre è Isabella Rossellini: non male, per un debuttante.
«Sì, anche se abbiamo solo un paio di scene insieme. È piena di energia e bravissima nel dare credibilità a questa donna che prova un rifiuto nei confronti del figlio, lo considera quasi un mostro».

Sembra di capire che il film sia molto fedele al libro.
«Direi di sì. Sul set veniva anche Paolo Giordano, che ha partecipato alla sceneggiatura. Era rispettoso, non voleva essere una presenza troppo forte. Ogni tanto mi sorrideva, allora capivo che funzionava».

Anche il finale resta uguale?
«Quello forse è un po' più romantico, meno definitivo che nel libro. Lascia aperta una possibilità».

Lei conosceva i film di Costanzo, prima?
«No, gliel'ho anche confessato e lui mi voleva menare. Li ho visti a un certo punto delle riprese, e mi sono piaciuti molto, soprattutto Private».

Adesso che cosa farà?
«Sto a Roma con la mia ragazza, Barbara, anche lei attrice. Poi vado a Venezia e faccio tutto quello che mi chiedono. In autunno, una tournée con Carlo Cecchi nel Sogno di una notte di mezza estate».

Pensa che La solitudine dei numeri primi cambierà la sua vita? Magari sarà inseguito da torme di ragazzine
...
«Non credo sia un film per ragazzine. Ma il dopo mi spaventa: aver cominciato con un lavoro così importante significa che non sarà facile, in seguito, trovare nuovi progetti all'altezza».

Pensi alla paura del dopo che avrà Giordano, autore di un libro così fortunato.
«Ma lui fa affidamento solo su se stesso per andare avanti. Io devo ritrovare un'Alba e un Saverio: non sarà facile».
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