Numeri primi, thriller dell'anima (e dei corpi)

09 settembre 2010 

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- DA VANITY FAIR: CHE NUMERI, MARINELLI

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A Venezia è il giorno della Solitudine dei numeri primi, la trasposizione cinematografica (firmata da Saverio Costanzo) del fortunato romanzo (Premio Strega e Campiello Opera prima) di Paolo Giordano.
E' il quarto (e ultimo) lungometraggio italiano in concorso alla Mostra del Lido. Nelle sale (dal 10 settembre distribuito da Medusa), Alice e Mattia sono Alba Rohrwacher e Luca Marinelli.


Ecco gli stralci di una (video) conversazione a più voci, al Café Lancia di Venezia:

 

SAVERIO COSTANZO, IL REGISTA

«Più che la storia di Alice e Mattia, La solitudine dei numeri primi è la storia dei corpi, di Alice e Mattia e del loro stravolgimento nel corso del tempo. Un horror sentimentale sulla famiglia e sulla sua impossibile emancipazione. Nel romanzo di Paolo Giordano c'è molto dolore, credo che sia una vera e propria storia dell'orrore e così ho scelto di sposare il genere horror per sdrammatizzare e fare arrivare tutte le sensazioni del romanzo al pubblico».

ALBA ROHRWACHER, ALICE

«E' la prima volta che sono arrivata a un personaggio partendo da un lavoro drastico sul corpo. Su lui ho lavorato, e tanto. Mentre Luca (Marinelli, ndr.) ingrassava, io dimagrivo. E viceversa. Non è stato facile, ci sono voluti quasi tre mesi per calare dieci chili. Nell'allontanarci nei valori di peso, ci avvicinavamo dentro. Usare il corpo come tramite, ti costringe a non sapere davvero cosa gli/ti accadrà domani e questo senso di instabilità ti consente di sorprenderti ogni volta. E' spaventoso. E bellissimo».

LUCA MARINELLI, MATTIA

«Ingrassare diciannove chili mi ha fatto paura. Fortuna c'era Alba: non ci conoscevamo, siamo diventati grandi amici. Mi ha molto aiutato» (leggi l'intervista di Vanity Fair e sfoglia la gallery)


PAOLO GIORDANO, L'AUTORE DEL ROMANZO


«Tutti pensano che uno scrittore debba co-sceneggiare il suo libro per difenderlo. Non è così. Il mio processo di separazione da lui è iniziato quando ho scelto di cedere i diritti. Non ho ansia di possesso in questo senso. Se uno è attaccato a quello che ha prodotto non dovrebbe permettere che qualcun altro ci lavori. Rivedendo il film da spettatore, ho ritrovato il senso anch'io. È stata la prima volta che mi sono commosso di cose che mi dovevano commuovere prima».

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