Francesca Neri: «Le donne sanno trasformare in bene qualsiasi cosa, anche le botte»

 

21 settembre 2010 
<p>Francesca Neri: «Le donne sanno trasformare in bene qualsiasi
cosa, anche le botte»</p>

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PHOTO FABIO LOVINO - COURTESY OF VANITY FAIR

Dalla terrazza di Francesca Neri si vede Ponte Milvio: i lucchetti dell'amore non ci sono più, ma i ragazzini trascinati lì dalle storie di Moccia non hanno smesso di girarci intorno e hanno colonizzato i bar della zona con le risate, gli scazzi, i baci e i motorini. Quanti di quegli amori sopravviveranno? Viene da chiederselo sempre, dopo una certa età. Viene da chiederselo di più dopo aver visto Una sconfinata giovinezza, l'ultimo film di Pupi Avati (nelle sale dall'8 ottobre) di cui Francesca Neri è protagonista con Fabrizio Bentivoglio, dove si racconta di un amore bello e coi capelli bianchi. Un amore come forse non ne fanno più, in cui il nemico non ha le sembianze avvenenti di un'amante, ma quelle invisibili di una malattia che strappa dal mondo, piano e inesorabilmente. Francesca Neri, jeans, maglietta bianca, sigaretta, dice: «Del suo tumore alla gola Michael Douglas ha fatto una conferenza stampa, fa sapere al mondo: ce l'ho, lo combatterò. Delle malattie degenerative nessuno dice mai niente. Avati ha fatto un film davvero coraggioso».

Perché non si parla dell'Alzheimer?
«Perché è una malattia sconvolgente, se scopri di avere un tumore trovi una forza dentro per ingaggiare la battaglia, coltivi una speranza che invece con le malattie degenerative non puoi immaginare. Ciò che mi colpisce dell'Alzheimer è che si manifesta piano, puoi illuderti che sia stress, stanchezza. E invece è un tunnel, in cui entra il malato, ma anche chi gli sta intorno, coinvolto, vittima dell'aggressività che prima o poi si manifesta».

Che rapporto ha lei con la malattia in generale?
«Non la temo, né in me, né negli altri. Non ho paura di prendermi cura di chi è malato. Molta gente scappa e io non li capisco, mi arrabbio, ci litigo. È nell'affrontare la malattia che viene fuori chi sei tu».
Ma un male così l'ha mai visto da vicino?
«Mia nonna, che amavo infinitamente perché è la persona che mi ha insegnato l'amore, si è ammalata d'Alzheimer. La cosa straziante è che non c'era più ma c'era, era integra e perfetta ma un'altra. L'avevo persa, ma non potevo elaborare il lutto, perché lei era lì. Mi scambiava per mio padre - suo figlio - e questo mi feriva. Ma poi ci ho visto qualcosa di bello nel suo non ricordarsi: c'era spazio per ricordi altri, storie che non avevo mai sentito. Mi raccontava l'altra verità sulle cose. Era bello starle vicino, anche perché non è mai stata violenta».

C'è una scena nel film in cui la violenza, invece, c'è.
«Fabrizio Bentivoglio continuava a dire: "Io non voglio farti male", Pupi Avati ripeteva: "Tu le devi fare male", e alla fine male me l'ha fatto. Ma, al di là del dolore fisico, credo di aver capito per la prima volta perché le donne non si sottraggono alla violenza. C'è qualcosa di terribile e allo stesso tempo profondamente intimo dentro, qualcosa che ti lega. Non sto dicendo che giustifico un rapporto violento, dico solo che contiene qualcosa di assurdamente forte e vincolante. Che ha anche a che fare con il lato accogliente femminile: riuscire ad accettare il male che viene da qualcuno che ami, sperando di trasformarlo in un bene».

Nel film ha i capelli bianchi e ha già detto che si piaceva.
«La parrucca sale e pepe, quando abbiamo finito, mi mancava. Vedermi così mi ha rincuorata: se un giorno mi stanco di fare 'ste maledette tinte, forse tanto male non sto. Ne ho tantissimi di capelli bianchi, ma a ciuffi. Quando saranno tutti, vediamo».

Non ha paura di invecchiare?
«Da morire. Da quando ho compiuto 45 anni le cose sono cambiate: se non dormo una notte sto male una settimana, se pasticcio col cibo, accuso. È l'età, e questo mi spaventa. Anche perché io mi sento giovane, dentro. Il mio spirito ha quarant'anni - l'età che ho più amato -, il mio corpo no».

Chicca, la protagonista del film, non ha avuto figli, ma si ritrova in un certo senso a essere madre di Lino.
«La maternità inaspettata di questo marito tornato bambino è la cosa più poetica della storia. Non è una speranza, ma almeno una consolazione, ed è l'aspetto del film che mi è piaciuto di più».

Nel film c'è una domanda molto bella che lei fa: «Dimmi qual è il giorno, l'ora, il minuto in cui la voglia di un bambino tuo finisce? », chiede. Non finisce mai?
«Mai. Se l'hai desiderato, mai».



L'intervista completa su Vanity Fair n.38/2010 in ediola da mercoledì 22 settembre

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