Marion Cotillard: «Recito per vivere»

27 settembre 2010 
<p>Marion Cotillard: «Recito per vivere»</p>
PHOTO BRUCE WEBER - COURTESY OF VANITY FAIR

«Mancano ancora tre minuti», mi fa notare Marion Cotillard, guardandomi dritto negli occhi. In effetti, l'intervista era fissata per le 16 e sono solo le 15.57 quando, in jeans
e ballerine rosso fuoco, l'attrice francese mi accoglie in una delle più belle suite del Park Hyatt Vendôme, a Parigi. L'arredamento elegante ma freddino si accorda perfettamente con il tono della chiacchierata, che lei descriverà come «un momento professionale utile a un attore e al suo film».
Il film in questione - che finalmente arriva anche in Italia - è Inception, annunciato come «film dell'anno» ancor prima di uscire, incassare 800 milioni di dollari in due mesi, stregare la critica e diventare un caso per la sua trama misteriosa e affascinante. Regista Christopher Nolan, protagonista Leonardo DiCaprio nei panni di un «ladro di sogni» che, mentre le sue vittime dormono, sa «estrarre» i segreti dal loro inconscio.
Ma che è, a sua volta, ossessionato dal pensiero della mogile Mal: Marion, appunto.
Vani resteranno i miei tentativi di condurre l'attrice verso il tipo di scambio di parole e sensazioni che, di solito, avviene tra due persone che si parlano per un'ora. Marion scandisce con parole precise, ben separate l'una dall'altra, risposte mai banali, ma sempre incentrate su se stessa. Perché ci sono persone che hanno potenzialità enormi ma non abbastanza forza per esprimerle e c'è chi, come lei, ha sempre creduto nei propri
sogni, battendosi in maniera quasi «famelica» per realizzarsi (e realizzarli).

Ha iniziato a recitare bambina. Ha scelto con grande intelligenza i copioni, facendosi in fretta un nome nel cinema francese. Ma quando nel 2007 Olivier Dahan la volle a tutti i costi per interpretare la leggendaria Édith Piaf in La vie en rose, la produzione tagliò i finanziamenti: «Troppo poco conosciuta». Risultato: successo enorme, critici in delirioe il primo Oscar come miglior attrice in un film in lingua straniera dai tempi di Sophia Loren (1962, La ciociara).Sono accorsi, in rapida successione, i migliori registi americani: Tim Burton (Big Fish), Ridley Scott (Un'ottima annata), Michael Mann (Nemico pubblico), Rob Marshall (Nine); ora Christopher Nolan per questo riuscitissimo thriller fantascientifico, e poi Woody Allen per l'attesissimo Midnight In Paris; seguiranno Steven Soderbergh (Contagion) e David Cronenberg (Cosmopolis). E solo chi conosce Hollywood può capire fino in fondo che impresa sia, questa, per un'attrice non di madrelingua inglese.
Avete presente tutte le italiane che dicono «voglio andare in America?». Marion Cotillard ci è riuscita. Si è impadronita dei complessi meccanismi della capitale mondiale del cinema, «un posto capace di stritolare anche un elefante», come mi dice con un sorriso.

Avrebbe potuto semplicemente trovarsi il fidanzato giusto, come capitò a Penélope Cruz con Tom Cruise ai tempi di Vanilla Sky, e invece ha preferito fare tutto da sola.

«Non ero sola. Mi ha accompagnato a Hollywood un certo mec (espressione familiare francese per indicare un uomo, ndr). Un tipo molto interessante. Si chiama Oscar, ha presente? Quell'omino un po' rigido che sta sul piedistallo».

Quello che non tutti sanno è che la più titanica impresa di Marion Cotillard è avvenuta molto prima di incontrare questo Oscar. Non dev'essere stato facile trasformare in un'attrice straordinaria l'adolescente tormentata, la ragazzina che non si amava.
«A volte si fanno scelte dettate da desideri passeggeri, ma per me non è stato così. Non esistevano altre soluzioni possibili nella mia vita: esprimere ai massimi livelli la mia capacità di recitare era una questione di sopravvivenza. Ho sempre avuto forti aspirazioni, ma non riuscivo mai ad assumermene fino in fondo la responsabilità. Mi dicevo: hai delle manie di grandezza che non ti meriti, finirai distrutta dai tuoi sogni. E questo paralizzava il mondo attorno a me. Poi, quando ho avuto la parte di Édith Piaf, ho capito che non avevo
scelta. Che potevo solo incanalare in un'azione precisa, la recitazione, il fiume di emozioni che mi scorreva dentro. Il mio io doveva nutrirsi, e finalmente trovavo il cibo per togliermi la "fame" che avevo da sempre».

CONTINUA

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