Christopeher Nolan:«Il sogno che sogno»

28 settembre 2010 
<p>Christopeher Nolan:«Il sogno che sogno»</p>
PHOTO CORBIS IMAGES

Da ammazzare. Se non fosse che parliamo di Christopher Nolan, quarant'anni, alto, biondo, elegante, composto, in due parole: molto inglese. Anche se vive a Los Angeles e dopo gli incassi di Batman Begins, Il cavaliere oscuro, e ora Inception, a Hollywood potrebbe fare praticamente ciò che vuole, ha mantenuto intatte almeno tre cose: l'umiltà di dieci anni fa, quando girava i festival per raccogliere fondi per Memento, la passione per il tè e il suo accento britannico. Quasi tutte le sue risposte iniziano con un potentially, maybe, probably di cortesia. Insomma: così gentile che quando, dopo quattro minuti, il registratore si inceppa e lui commenta: «Vedrà che riparte », il dannato aggeggio, docilmente, decide di ascoltarlo.

È vero che detesta la tecnologia e non usa nemmeno il telefonino? «Non potrei, non mi piace».

Incredibile, nell'epoca dei film in 3D, sentire un regista dire una cosa simile.
«Ma è così. Certo, mia moglie (Emma Thomas, sposata nel 1997, madre dei suoi quattro figli e produttrice di tutti i suoi film, ndr) ce l'ha e lo usa lei anche per me».

State insieme da tanto e lavorate da sempre insieme. Tutto liscio? «Fare molte cose insieme ci salva. Tipo: parlare da dieci anni di Inception».

Dieci anni?
«Sognavo di fare un film sul rapporto tra sogno e realtà da quando avevo 15 anni, ma solo 10 anni fa l'idea si è concretizzata in una sceneggiatura. La svolta però è avvenuta cinque anni fa, quando da un thriller su un gruppo di "ladri" di idee, il film si è focalizzato sul concetto di "sogni condivisi". Il fatto che una persona possa entrare nel sogno di un'altra lo rende reale, perché avviene una comunicazione. A quel punto confondere il sogno con la realtà, il tema del film, è un attimo».
In che senso comunicare in un sogno lo rende reale?
«Pensi a una email, un sms, una chat, o a Facebook. Tutti modi di comunicare virtuali, non basati sulla presenza fisica, eppure creano concretissimi rapporti, veri quanto quelli in carne e ossa».

Nel
film si esprime il concetto che la nostra mente crea la nostra realtà: è uno dei principi base della neurolinguistica e di tanti manuali di auto-aiuto. Sono letture che ha fatto?
«No, non è il mio genere. Né mi sono basato su testi medico-tecnici circa il funzionamento del cervello, sarebbe stato tempo perso. Il problema di usare le ricerche scienti finche sulla mente è che poi bisogna spiegarle al pubblico. Perciò ho preferito usare nozioni che molti condividono, tipo il fatto di svegliarsi quando si sogna di cadere, o quando si sogna di sentire una musica e in realtà la musica proviene dalla realtà».

DiCaprio a un certo punto dice a Ellen Page che non sfruttiamo tutte le potenzialità della mente. Fa molto Dianetics.
Ride. «So che tra le interpretazioni del mio film esiste, sul Web, anche quella di Scientology. Comunque Leo non dice esattamente che non usiamo tutto il potenziale della mente, dice che la mente è più creativa nei sogni che nella veglia. Noi usiamo il nostro potenziale, ma spesso lo diamo per scontato. Non le è mai capitato, sognando, di ricordare solo un dettaglio, dopo, da sveglia? A me è capitato di ricordare un sogno in cui ero su una spiaggia e immergevo la mano nella sabbia e vedevo tutti i granelli. Una cosa straordinaria che crea il nostro cervello, eppure non ci pensiamo mai».

Scientology a parte, altre interpretazioni bizzarre del film?
«Quella cattolica. Molti si sono stupiti che, sebbene sia stato educato da cattolico, oggi non lo sono più. Il film parla di senso di colpa, redenzione, fede, quindi, per molti, sembrava ovvio che avessi voluto fare una parabola. Non è così, anche se, certamente, il film pone delle domande universali: che cosa è reale? Come ci si sente alla fine della vita?».

Su Vanity Fair n.39/2010 in edicola da mercoledì 29 settembre

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