Lily Cole, da modella ad attrice: «Non l'avevo programmato, ma l'ho sempre sognato»

23 ottobre 2010 
PHOTO CHRIS DUNLOP - COURTESY OF VANITY FAIR

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Occhi sgranati, pelle nivea, chiome rosse perfettamente ribelli. E sorrisi molto, molto rari. Un fascino un po' inquietante, da bambola di porcellana, che ha fatto di Lily Cole (nata a Torquay, in Inghilterra, classe 1988) prima un volto di punta della Storm Models, la stessa agenzia di Kate Moss e Cindy Crawford, poi una delle cento persone più ricche del Regno Unito, e oggi una musa fantasy del grande schermo. Ora è a Montreal, sul set dell'horror gotico The Moth Diaries, in arrivo nel 2011. La regista è Mary Harron, che aveva diretto American Psycho: Lily sarà la protagonista Ernessa, una studentessa sospettata di essere un vampiro. Prima c'è stato il visionario Parnassus di Terry Gilliam. E prima ancora Marilyn Manson, che nel 2006 l'aveva voluta come Alice nel perverso Paese delle Meraviglie di Phantasmagoria - The Visions Of Lewis Carroll, il suo primo progetto cinematografico. Pochi giorni fa Marilyn Manson ha annunciato ufficialmente, a quattro anni dall'uscita del trailer, che il film non uscirà. «Non sono dispiaciuta, dopo tutto questo tempo me lo aspettavo», ha commentato Lily.

In The Moth Diaries la vedremo in stile gotico: make-up e vestiti scuri?
«No. Ernessa è una studentessa di un college privato negli anni Settanta: per la maggior parte del film indossa l'uniforme VF scolastica. È un personaggio complesso, che non mi sento di etichettare sino alla fine del lavoro».

E il suo stile com'è?
«Non saprei trovare un unico aggettivo, dipende dall'umore. Metto molto vintage e con il freddo preferisco materiali morbidi, colori neutri come il grigio, il nero, il bianco. D'estate invece indosso cose coloratissime. Non c'è una regola».

Com'è passata da modella ad attrice?
«Non l'avevo programmato. Quando ero a scuola sognavo di fare l'attrice e a 17 anni ho frequentato un corso di teatro. Ma il mio primo ruolo (nella commedia di Oliver Parker St. Trinian's, nel 2007, ndr) è arrivato da sé, senza che lo cercassi troppo. Sono stata fortunata».


Chi sono i suoi registi preferiti?
«I classici: Woody Allen, Scorsese, Godard. Quelli che non puoi non aver visto, gli imprescindibili. E Darren Aronofsky».

E i suoi stilisti di riferimento?
«Se sono in vena di stravaganza, Jean Paul Gaultier e Alexander McQueen. Per gli abiti di tutti i giorni, scelgo spesso due marchi di moda sostenibile: Noir, dello stilista danese Peter Ingwersen, e The North Circular, un brand lanciato da alcuni amici che si occupano di moda etica, al quale sto lavorando anch'io. L'idea è nata quasi per scherzo: con un'amica parlavamo di quanto poco la gente sappia che cosa indossa, da dove arrivano i vestiti, chi li ha fatti. E allora abbiamo pensato di produrre abiti "tracciabili". The North Circular è un progetto di cui sono entusiasta: è la dimostrazione che la produzione creativa si può fare eticamente».

Lei è famosa per la sua pelle di porcellana e i capelli brillanti. Come li cura?
«Uso i prodotti per il viso di La Roche-Posay, quelli organici di Amala, di Christine Chin, un salone di bellezza di New York, e di Ren Skincare. Mi trucco con i cosmetici a base di minerali di La Bella Donna che contengono il _ ltro per i raggi solari. Per i capelli, shampoo e balsamo Kerastase. E i prodotti nutrienti di Moroccanoil».

Segue una dieta particolare?
«Cerco di mangiare sano: cibo biologico, con molti legumi. Per un lungo periodo ho evitato la carne, ma mi piace e ho ripreso a mangiarla anche se non più di due volte alla settimana. Una sola cosa non riesco proprio a toccare: il foie gras».

Progetti dopo The Moth Diaries?
«Nessuno. In questi giorni tornerò a Cambridge per iniziare l'ultimo anno di Storia dell'Arte, e non mi resta molto tempo per recitare e sfilare».

Studentessa, modella, attrice. Ma tempo libero ne ha?
«Poco. E amo passarlo a casa con gli amici, cenare assieme, chiacchierare. Non esco molto, mi divido tra Los Angeles, dove vive il mio boyfriend (il 37enne attore Enrique Murciano, ndr), e Cambridge, dove studio».

Su Vanity Fair n.42/2010

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