Chris Colfer ha sempre desiderato essere un supereroe. Da
bambino viveva nei quartieri periferici di Clovis, in California,
e, una volta al liceo, ha deciso di fare di tutto per realizzare il
suo sogno. E così, ispirato dal film Elektra (di Rob
Bowman, che rimanda al famoso personaggio dei fumetti della
Marvel, ndr), Colfer ha cominciato a esercitarsi nell'arte
della spada. O almeno ci ha provato. «Ho rotto qualche lampadario e
il tavolino da caffè dei miei genitori, che non ho ancora
rimpiazzato. Sono un figlio terribile. Su quel tavolino c'è ancora
un grosso segno lasciato dalla spada».
Probabilmente Colfer non ha imparato a padroneggiare con maestria
le arti di un ninja del grande schermo, ma è diventato un eroe ben
più realistico per molti telespettatori, grazie alla sua
interpretazione - che ha avuto una nomination per gli Emmy Awards -
dell'adolescente gay Kurt Hummel in Glee, la serie di
grande successo della Fox (in Italia, su Fox dal 2 dicembre, il
giovedì alle 21,10). Cantando la canzone di Lady Gaga Bad
Romance e rivelando la propria omosessualità al padre
meccanico Burt (l'attore Mike O'Malley), Colfer è diventato
l'attrazione principale della serie. «Riesce a calarsi nella parte
così bene che recitare con lui è facilissimo», dice «papà»
O'Malley.
«Ogni volta che interpreto una scena con Chris, non devo far altro
che concentrarmi su di lui e su quel che sta facendo, e le battute
mi escono spontaneamente». Come il suo personaggio, Colfer ha avuto
di facoltà a inserirsi al liceo. «Il modo migliore per far capire
com'ero allora », racconta, «è dire che, a livello sociale, ero una
specie di lama. Dove può andare un lama? Non è una mucca. Non è un
cavallo. Qualche volta può uscire con la papera, ma non ha
veramente un posto suo. Insomma, io ero un lama sociale. Però non
me ne andavo in giro sputando di qua e di là». La condizione di
emarginato è stata accompagnata da ripetuti episodi di bullismo da
parte dei suoi compagni di classe, che spesso lo insultavano e
prendevano in giro. E lui, come Kurt, rispondeva con l'arguzia
invece che con i pugni: «Una volta, mentre stavo passeggiando, un
tizio mi gridò faggot (checca, in inglese, ndt.)
e io ribattei: "D'accordo, ma sai come si scrive?"».
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