PHOTO GIANLUCA SARAGÒ - LAPRESSE
Il sorriso è dolcissimo, lo sguardo fermissimo, il tono in fin
dei conti scherzoso ma con riserva: «Faccia un'intervista
femminista». Sappiamo tutte e due, Laura Morante e io, che cosa
vuol dire, in questo caso, fare un'intervista femminista: siamo
coetanee, siamo state giovani per il femminismo storico, ma
dall'adolescenza in poi siamo diventate quello che siamo anche
grazie a quei pensieri, oggi generalmente smarriti e purtroppo più
vilipesi che rimpianti. È stato quindi con (sicuramente mio) grande
imbarazzo che ci siamo trovate a (quasi) litigare parlando di età,
di vecchiaia, dell'eventualità che con gli anni le cose cambino in
peggio. «Ho un carattere combattivo», dice. Alla faccia. Certo, è
possibile che un'attrice sui cinquanta alla centesima intervista
non ne possa più di esprimersi sul tema, tuttavia parlare
dell'esistenza che scorre è tema ovvio e fondamentale insieme, e
non sempre implica disamina delle rughe, malanimo e tranelli. Ma
quello che forse Laura Morante non tollera è il retropensiero
comune, l'idea diffusa che le donne siano valutate (e soprattutto
si valutino) attraverso lo sguardo maschile che soppesa la
bellezza.
Scandisce, gli occhi di bragia: «Forse bisognerebbe smetterla di
pensarsi in rapporto agli uomini. Penso che le donne invece di fare
la chirurgia estetica dovrebbero semplicemente essere i soggetti
delle proprie esistenze. Questa stagione della vita ha i suoi
vantaggi: metto al centro il resto, e io sono lo sguardo. Mia
madre, che era stata una ragazza bellissima, raccontava che da
giovane non vedeva l'ora di invecchiare per potersi sedere da sola
a un caffè e guardare il mondo, senza che il mondo guardasse lei.
Mettiamo che il mio aspetto conti per il trenta per cento, vogliamo
dire il quaranta? Di più non salgo. Resta una percentuale enorme di
altro, di cose da fare, di porte che si aprono. Sono mortificata
dall'ossessione che molte donne hanno per la bellezza, e quando le
vedo soffrire - le facce contratte - mi viene rabbia. Ma che Paese
siamo, che tollera gli insulti di Berlusconi alla Bindi senza una
parola? Voglio contribuire a ridare dignità alle donne: sono stufa
della mercificazione. Non sono arrabbiata con lei, ma con il
mondo».
Tutto quello che fa tiene conto di questo: per carattere,
formazione, scelta umana, politica, professionale. L'abbiamo
intervistata poco prima che andasse da Fazio e Saviano a Vieni
via con me, per leggere l'elenco delle «Cose che le donne non
vogliono più sopportare», stilato non da lei ma - per la fortuna e
la speranza del genere femminile - da una ragazza di 22 anni,
Arabella Soroldoni. Il 28 dicembre la Morante comincerà a girare in
Francia il primo film da regista - tema: le donne - e sarà una
coproduzione franco-italiana, un progetto al quale ha lavorato con
tutti e tre i mariti, i due passati e l'attuale: «I rapporti veri
non finiscono, cambiano; tendo a preservarli, a tenere tutto
insieme. Il passato è una ricchezza, se si cancella è per
paura».
E poi, sgomberato il campo da tutto, c'è il film che sta per
uscire, il 17 dicembre: una commedia in cui si ride molto - La
bellezza del somaro - frutto della coppia Sergio Castellitto e
Margaret Mazzantini, soggetto e sceneggiatura di lei, regia di lui,
che ne è anche il protagonista maschile, con Laura Morante nella
parte femminile principale. Storia di una coppia abbiente: lei
psicoterapeuta parecchio pasticciona; lui architetto, costruttore,
immaturo, traditore; insieme, genitori incapaci e per nulla
autorevoli di un'unica figlia adolescente, che li spiazza con un
fidanzato sorprendente.
Lei ha due figlie, Eugenia di 28 anni, e Agnese di 22,
attrici e musiciste. Immagino le abbia educate molto diversamente
dal suo personaggio nel film.
«Ricordo che quando erano piccole e leggevo le favole mi
divertivo a cambiare il finale, e facevo in modo che alla proposta
di matrimonio del principe, la bella rispondesse: "Non ci penso
nemmeno". Ci restavano male: è subdolo come si insinua la
percezione del ruolo della donna, no?».
Non avrà avuto molto modo di farsi strada, questa
visione passiva della donna nelle sue figlie, sapendo come la pensa
lei...
«Io credo che qualunque essere umano abbia un ruolo politico e
intellettuale: politico nel senso più vasto del termine, cioè di
interessarsi a quello che accade - sarebbe bello se la politica non
fosse lasciata solo in mano ai professionisti, e sarebbe stato
anche meglio se la politica corrente non avesse fatto di tutto per
alienarsi l'interesse e la simpatia della gente, perché in realtà è
un valore. Alle mie figlie dico: quando siete depresse, leggete i
giornali».
L'intervista completa è sul n. 49 di Vanity Fair in
edicola da mercoledì 8 dicembre.