Laura Morante: genitori sì, zerbini no

03 dicembre 2010 
<p>Laura Morante: genitori sì, zerbini no</p>
PHOTO GIANLUCA SARAGÒ - LAPRESSE

Il sorriso è dolcissimo, lo sguardo fermissimo, il tono in fin dei conti scherzoso ma con riserva: «Faccia un'intervista femminista». Sappiamo tutte e due, Laura Morante e io, che cosa vuol dire, in questo caso, fare un'intervista femminista: siamo coetanee, siamo state giovani per il femminismo storico, ma dall'adolescenza in poi siamo diventate quello che siamo anche grazie a quei pensieri, oggi generalmente smarriti e purtroppo più vilipesi che rimpianti. È stato quindi con (sicuramente mio) grande imbarazzo che ci siamo trovate a (quasi) litigare parlando di età, di vecchiaia, dell'eventualità che con gli anni le cose cambino in peggio. «Ho un carattere combattivo», dice. Alla faccia. Certo, è possibile che un'attrice sui cinquanta alla centesima intervista non ne possa più di esprimersi sul tema, tuttavia parlare dell'esistenza che scorre è tema ovvio e fondamentale insieme, e non sempre implica disamina delle rughe, malanimo e tranelli. Ma quello che forse Laura Morante non tollera è il retropensiero comune, l'idea diffusa che le donne siano valutate (e soprattutto si valutino) attraverso lo sguardo maschile che soppesa la bellezza.

Scandisce, gli occhi di bragia: «Forse bisognerebbe smetterla di pensarsi in rapporto agli uomini. Penso che le donne invece di fare la chirurgia estetica dovrebbero semplicemente essere i soggetti delle proprie esistenze. Questa stagione della vita ha i suoi vantaggi: metto al centro il resto, e io sono lo sguardo. Mia madre, che era stata una ragazza bellissima, raccontava che da giovane non vedeva l'ora di invecchiare per potersi sedere da sola a un caffè e guardare il mondo, senza che il mondo guardasse lei. Mettiamo che il mio aspetto conti per il trenta per cento, vogliamo dire il quaranta? Di più non salgo. Resta una percentuale enorme di altro, di cose da fare, di porte che si aprono. Sono mortificata dall'ossessione che molte donne hanno per la bellezza, e quando le vedo soffrire - le facce contratte - mi viene rabbia. Ma che Paese siamo, che tollera gli insulti di Berlusconi alla Bindi senza una parola? Voglio contribuire a ridare dignità alle donne: sono stufa della mercificazione. Non sono arrabbiata con lei, ma con il mondo».

Tutto quello che fa tiene conto di questo: per carattere, formazione, scelta umana, politica, professionale. L'abbiamo intervistata poco prima che andasse da Fazio e Saviano a Vieni via con me, per leggere l'elenco delle «Cose che le donne non vogliono più sopportare», stilato non da lei ma - per la fortuna e la speranza del genere femminile - da una ragazza di 22 anni, Arabella Soroldoni. Il 28 dicembre la Morante comincerà a girare in Francia il primo film da regista - tema: le donne - e sarà una coproduzione franco-italiana, un progetto al quale ha lavorato con tutti e tre i mariti, i due passati e l'attuale: «I rapporti veri non finiscono, cambiano; tendo a preservarli, a tenere tutto insieme. Il passato è una ricchezza, se si cancella è per paura».

E poi, sgomberato il campo da tutto, c'è il film che sta per uscire, il 17 dicembre: una commedia in cui si ride molto - La bellezza del somaro - frutto della coppia Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini, soggetto e sceneggiatura di lei, regia di lui, che ne è anche il protagonista maschile, con Laura Morante nella parte femminile principale. Storia di una coppia abbiente: lei psicoterapeuta parecchio pasticciona; lui architetto, costruttore, immaturo, traditore; insieme, genitori incapaci e per nulla autorevoli di un'unica figlia adolescente, che li spiazza con un fidanzato sorprendente.

Lei ha due figlie, Eugenia di 28 anni, e Agnese di 22, attrici e musiciste. Immagino le abbia educate molto diversamente dal suo personaggio nel film.

«Ricordo che quando erano piccole e leggevo le favole mi divertivo a cambiare il finale, e facevo in modo che alla proposta di matrimonio del principe, la bella rispondesse: "Non ci penso nemmeno". Ci restavano male: è subdolo come si insinua la percezione del ruolo della donna, no?».

Non avrà avuto molto modo di farsi strada, questa visione passiva della donna nelle sue figlie, sapendo come la pensa lei...

«Io credo che qualunque essere umano abbia un ruolo politico e intellettuale: politico nel senso più vasto del termine, cioè di interessarsi a quello che accade - sarebbe bello se la politica non fosse lasciata solo in mano ai professionisti, e sarebbe stato anche meglio se la politica corrente non avesse fatto di tutto per alienarsi l'interesse e la simpatia della gente, perché in realtà è un valore. Alle mie figlie dico: quando siete depresse, leggete i giornali».

L'intervista completa è sul n. 49 di Vanity Fair in edicola da mercoledì 8 dicembre.

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