Le manca Gabriele?
Seguono, incisi sul registratore, tredici secondi di silenzio.
Lunghissimi, a modo loro più eloquenti di tante parole.
«Mi dispiace, non parlo di questo argomento».
Per capire di che cosa stiamo parlando, bisogna fare un passo
indietro. Nel maggio del 2009, Gabriele Muccino racconta al
quotidiano la Repubblica che non parla da due anni con il fratello
minore, e aggiunge che Silvio sta poco bene. Frasi che,
prevedibilmente, fanno molto rumore: quella dei Muccino è la più
famosa coppia di fratelli del nostro cinema. Gabriele, regista noto
per successi come L'ultimo bacio e Ricordati di me, ha diretto nel
2007 il suo primo film americano, La ricerca della felicità.
Silvio, dopo aver debuttato tre anni fa come regista di Parlami
d'amore, tratto dal romanzo che ha scritto con Carla Vangelista, si
è defilato dalla scena pubblica.
Nell'ambiente si comincia a dire che Silvio ha problemi di
depressione. Lui vive male la decisione del fratello di parlare
pubblicamente dei loro guai privati. «I panni sporchi si lavano in
famiglia», dice in un'intervista a Vanity Fair, l'unica che
concede, poco dopo «l'incidente» con Gabriele, e che rilascia «solo
perché dalle sue parole sembra che io stia male, invece io sto
benissimo e voglio che la gente lo sappia». Non una parola sui
motivi della rottura. Da allora, silenzio.
Quando lo incontro, a Roma, sono appena uscita dalla sala dove ho
visto in anteprima il suo secondo film da regista. Un altro
mondo - in uscita al cinema il 22 dicembre, ancora da un
romanzo di Carla Vangelista - è la storia bella e potente di
Andrea, un ragazzo della Roma bene che conduce una vita
superficiale e piena di eccessi. Fino a quando riceve una lettera
dove il padre, che l'ha abbandonato quando era piccolo, gli
annuncia che sta per morire in un ospedale del Kenya, e gli chiede
di raggiungerlo. Andrea accorre, ma in Africa trova il padre già in
coma e, ad attenderlo, un fratellino nero di otto anni della cui
esistenza non aveva la più pallida idea, e del quale risulta tutore
legale. Dopo aver cercato di scaricarlo in tutti i modi, se lo
porta a Roma. Dove il bambino gli sconvolgerà la vita.
Sullo schermo, due fratelli che a sorpresa si incontrano. Nella
realtà, due fratelli che si sono allontanati.
Dopo quella intervista a Vanity Fair - era il giugno 2009
- non ha più parlato. Che cosa è successo, nel
frattempo?
«Ho lavorato a questo film. Avevo letto il romanzo di Carla mentre
stavo finendo Parlami d'amore».
Ha voluto per sé la parte del protagonista. La Vangelista,
nell'inventare il personaggio, si era ispirata a
lei?
«No, a suo figlio, che ha 30 anni e che conosco. Andrea è molto
diverso da me».
In che senso?
«Abbiamo modi molto diversi di nascondere le nostre fragilità:
Andrea si chiude dietro uno scudo di cinismo, non vuole vedere né
sentire le verità scomode, sembra non avere bisogno di nessuno. Io,
al contrario, parlo e mi confronto. Sia con me stesso che con gli
altri».
Perché allora è fuggito dalla scena pubblica proprio nel
momento del suo maggior successo?
«La mia non è stata una fuga ma una scelta: non volevo che la mia
vita girasse solo intorno al lavoro. Ho iniziato questo mestiere a
16 anni e da allora, fino ai 23, il mio privato è stato pubblico.
In pratica, ho vissuto l'adolescenza davanti a milioni di
spettatori. Il film di Verdone, Il mio miglior nemico del
2006, oltre a regalarmi un'enorme popolarità, mi ha dato
consapevolezza. Mi sono reso conto che per me, fuori dal set, non
esistevano amici, non esisteva una donna, non esisteva un rapporto.
E nessuno mi aveva preparato a questo».
Ora una vita sua ce l'ha?
«Sì, ed è bella. Grazie a questo film, per esempio, ho scoperto
l'Africa. Vorrei dirle che mi ha cambiato la vita, ma non sarei
onesto. Ho letto tempo fa di produttore americano, che dopo un
viaggio in Cambogia, ha mollato ville, donne, soldi, macchine per
andare a vivere in una discarica e darsi al volontariato. Ecco, io
non sono come lui. Nel mio piccolo, però, ho incontrato una
persona, il dottor Gianfranco Morino, che contando solo sulle sue
forze sta costruendo un ospedale nell'enorme slum di Kibera, a
Nairobi, in Kenya, dove abbiamo girato. Mi ha fatto vedere cose che
mi hanno "risvegliato", mi ha riportato alla realtà. È troppo
facile per noi occidentali vivere nel nostro mondo senza vedere più
quello che c'è fuori».
Che cosa l'ha colpita dell'Africa?
«La dignità. Dalle porte di quella baraccopoli non uscivano solo
derelitti, ma anche uomini in giacca e cravatta e donne in
tailleur. Avrei fatto un torto alla verità se, nelle riprese,
avessi indugiato solo sulla povertà, le cacche e le mosche».
Nella sua nuova vita c'è anche una donna?
«Sì. Un rapporto nato da poco, molto diverso dai miei
precedenti».
Cioè?
«Innanzitutto lei non è un'attrice».
In passato è stato solo con attrici?
«Più o meno. E, comunque, era da tempo che non avevo una ragazza
fissa».
Mi può dire qualcosa di più di lei?
«È una persona con la quale è facile sorridere e dalla quale è
bello ritornare».
L'intervista completa sul numero 49 di Vanity Fair in edicola
l'8 dicembre