Silvio Muccino: se il sangue è una gabbia

07 dicembre 2010 
<p>Silvio Muccino: se il sangue è una gabbia</p>

Le manca Gabriele?
Seguono, incisi sul registratore, tredici secondi di silenzio. Lunghissimi, a modo loro più eloquenti di tante parole.
«Mi dispiace, non parlo di questo argomento».

Per capire di che cosa stiamo parlando, bisogna fare un passo indietro. Nel maggio del 2009, Gabriele Muccino racconta al quotidiano la Repubblica che non parla da due anni con il fratello minore, e aggiunge che Silvio sta poco bene. Frasi che, prevedibilmente, fanno molto rumore: quella dei Muccino è la più famosa coppia di fratelli del nostro cinema. Gabriele, regista noto per successi come L'ultimo bacio e Ricordati di me, ha diretto nel 2007 il suo primo film americano, La ricerca della felicità. Silvio, dopo aver debuttato tre anni fa come regista di Parlami d'amore, tratto dal romanzo che ha scritto con Carla Vangelista, si è defilato dalla scena pubblica.
Nell'ambiente si comincia a dire che Silvio ha problemi di depressione. Lui vive male la decisione del fratello di parlare pubblicamente dei loro guai privati. «I panni sporchi si lavano in famiglia», dice in un'intervista a Vanity Fair, l'unica che concede, poco dopo «l'incidente» con Gabriele, e che rilascia «solo perché dalle sue parole sembra che io stia male, invece io sto benissimo e voglio che la gente lo sappia». Non una parola sui motivi della rottura. Da allora, silenzio.

Quando lo incontro, a Roma, sono appena uscita dalla sala dove ho visto in anteprima il suo secondo film da regista. Un altro mondo - in uscita al cinema il 22 dicembre, ancora da un romanzo di Carla Vangelista - è la storia bella e potente di Andrea, un ragazzo della Roma bene che conduce una vita superficiale e piena di eccessi. Fino a quando riceve una lettera dove il padre, che l'ha abbandonato quando era piccolo, gli annuncia che sta per morire in un ospedale del Kenya, e gli chiede di raggiungerlo. Andrea accorre, ma in Africa trova il padre già in coma e, ad attenderlo, un fratellino nero di otto anni della cui esistenza non aveva la più pallida idea, e del quale risulta tutore legale. Dopo aver cercato di scaricarlo in tutti i modi, se lo porta a Roma. Dove il bambino gli sconvolgerà la vita.
Sullo schermo, due fratelli che a sorpresa si incontrano. Nella realtà, due fratelli che si sono allontanati.

Dopo quella intervista a Vanity Fair - era il giugno 2009 - non ha più parlato. Che cosa è successo, nel frattempo?
«Ho lavorato a questo film. Avevo letto il romanzo di Carla mentre stavo finendo Parlami d'amore».
Ha voluto per sé la parte del protagonista. La Vangelista, nell'inventare il personaggio, si era ispirata a lei?
«No, a suo figlio, che ha 30 anni e che conosco. Andrea è molto diverso da me».
In che senso?
«Abbiamo modi molto diversi di nascondere le nostre fragilità: Andrea si chiude dietro uno scudo di cinismo, non vuole vedere né sentire le verità scomode, sembra non avere bisogno di nessuno. Io, al contrario, parlo e mi confronto. Sia con me stesso che con gli altri».
Perché allora è fuggito dalla scena pubblica proprio nel momento del suo maggior successo?
«La mia non è stata una fuga ma una scelta: non volevo che la mia vita girasse solo intorno al lavoro. Ho iniziato questo mestiere a 16 anni e da allora, fino ai 23, il mio privato è stato pubblico. In pratica, ho vissuto l'adolescenza davanti a milioni di spettatori. Il film di Verdone, Il mio miglior nemico del 2006, oltre a regalarmi un'enorme popolarità, mi ha dato consapevolezza. Mi sono reso conto che per me, fuori dal set, non esistevano amici, non esisteva una donna, non esisteva un rapporto. E nessuno mi aveva preparato a questo».
Ora una vita sua ce l'ha?
«Sì, ed è bella. Grazie a questo film, per esempio, ho scoperto l'Africa. Vorrei dirle che mi ha cambiato la vita, ma non sarei onesto. Ho letto tempo fa di produttore americano, che dopo un viaggio in Cambogia, ha mollato ville, donne, soldi, macchine per andare a vivere in una discarica e darsi al volontariato. Ecco, io non sono come lui. Nel mio piccolo, però, ho incontrato una persona, il dottor Gianfranco Morino, che contando solo sulle sue forze sta costruendo un ospedale nell'enorme slum di Kibera, a Nairobi, in Kenya, dove abbiamo girato. Mi ha fatto vedere cose che mi hanno "risvegliato", mi ha riportato alla realtà. È troppo facile per noi occidentali vivere nel nostro mondo senza vedere più quello che c'è fuori».
Che cosa l'ha colpita dell'Africa?
«La dignità. Dalle porte di quella baraccopoli non uscivano solo derelitti, ma anche uomini in giacca e cravatta e donne in tailleur. Avrei fatto un torto alla verità se, nelle riprese, avessi indugiato solo sulla povertà, le cacche e le mosche».
Nella sua nuova vita c'è anche una donna?
«Sì. Un rapporto nato da poco, molto diverso dai miei precedenti».
Cioè?
«Innanzitutto lei non è un'attrice».
In passato è stato solo con attrici?
«Più o meno. E, comunque, era da tempo che non avevo una ragazza fissa».
Mi può dire qualcosa di più di lei?
«È una persona con la quale è facile sorridere e dalla quale è bello ritornare».

 

L'intervista completa sul numero 49 di Vanity Fair in edicola l'8 dicembre

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