U2: In the Name of Love. Intervista all'autore

15 febbraio 2010 
<p><em>U2: In the Name of Love</em>. Intervista all'autore</p>

Storia e note degli U2, ripercorsi attraverso testi e aneddoti. Andrea Morandi, giornalista musicale, classe 1976, ha ripercorso attraverso le pagine del suo U2: In The Name Of Love (edito da Arcana) le tracce lasciate dal gruppo irlandese in tanti anni di onorata carriera al servizio del pop-rock internazionale. Per fare ciò, la scelta è ricaduta sull'analisi delle canzoni che rivelano quello c'è «sotto» la rockstar Bono Vox e qualche citazione che non ci si aspetterebbe.

Quali sono i riferimenti che non ci si aspetta in un testo degli U2?
«Quelli a Karl Popper e Jean Baudrillard, due filosofi su cui in parte è stato costruito quell'enorme e geniale moloch che fu lo Zoo Tv dei primi anni Novanta. A Popper, Bono ha rubato l'idea della televisione come cattiva maestra, dello schermo come elemento educativo senza filtri, dunque pericolosissimo. A Baudrillard ha preso invece il concetto di replica della realtà che sta dietro a una canzone come Even better than the real thing».

Chi sono oggi oggi Bono e soci e cos'hanno da spartire con la band che erano a inizio carriera?
«Oggi gli U2 sono una multinazionale con un'entrata pari a quella di alcune delle aziende più grandi del mondo, basti pensare che l'ultimo 360 Tour ha fatturato oltre 7 milioni di dollari a singola data battendo il record di spettatori sia a San Siro (77mila) che a Los Angeles (97mila). Eppure, nonostante il gigantismo di cui si sono ammalati e che non potrà durare in eterno, gli U2 sono ancora gli stessi di Boy e I will follow e la loro ambizione è immutata: stupire tutti, compresi loro stessi».

U2: In The Name Of Love lo ha scritto da fan o da critico?
«Da critico: con rispetto parlando, libri scritti da fan ce ne sono anche troppi e non sempre sono utili, anzi. Tutti noi sappiamo che gli U2 sono una grande band, il problema è che spesso non sappiamo i motivi per cui lo sono. In The Name Of Love ho analizzato i testi di Bono trovandovi ispirazioni letterarie, storiche e filosofiche. Ci sono anche testi inutili come Elevation su cui non c'è molto da discutere. E questo l'ho scritto».

Quale percorso di scrittura ha seguito?
«Il libro è diviso in dodici capitoli, i dodici dischi in studio degli U2, e in 137 canzoni. Temendo l'effetto noia, ho cercato di dare un respiro quasi romanzesco al racconto alternando analisi, racconti e pezzi di un'ipotetica sceneggiatura. Così la storia inizia in un cimitero di Dublino nel 1974 e finisce in cima a un hotel di Beirut nel 2008. In mezzo ci sono trent'anni di U2 ma soprattutto trent'anni di vita di Bono, da ragazzino a uomo, da sconosciuto a rockstar, da figlio a padre che compirà 50 anni proprio il prossimo 10 maggio». 

Cosa non era ancora stato detto sul gruppo?
«Più che sul gruppo, su Bono: molto, moltissimo. Bono è sempre stato dipinto come una rockstar megalomane, ma il suo percorso umano (difficilissimo e pieno di lutti) raramente è stato tratteggiato per intero. Allo stesso modo il percorso letterario da autodidatta non era stato esplorato: le letture, le influenze, da Ginsberg a Carver, il difficile rapporto con la fede, i Salmi di Davide, le letture di Abacuc e Isaia, la capacità di unire cultura alta e trash, tv e Bibbia, Leni Riefenstahl e Frank Sinatra».

I suoi tre brani preferiti quali sono e perché?
«Mofo, dall'album Pop: perché più che il testo di una canzone è psicanalisi pura, in cui Bono, diventato padre, rielabora finalmente il lutto della morte della madre avvenuto ventitré anni prima. One tree hill, da The Joshua tree, perché Bono cita il suo racconto preferito di Flannery o'Connor, The Enduring Chill. Poi White as snow, da No line on the horizon, perché è l'attuale guerra in Afghanistan raccontata in tre minuti commoventi dalla prospettiva di un soldato americano che sta morendo».

Il passaggio più curioso del libro?
«Dalla spiegazione del rimando biblico di un pezzo come Cedars of Lebanon, al motivo dietro il ritornello di Vertigo. Ma davvero sono molti, anche perché scrivendolo ho cercato di seguire la massima di Jung: se il sogno è il mito individuale, i miti sono sogni collettivi. E credo che gli U2 siano proprio questo per chi li ama: un sogno collettivo che aspettiamo ancora di sognare come se fosse la prima volta».

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