Ma lo possiamo chiamare Amore?

15 febbraio 2010 
<p>Ma lo possiamo chiamare Amore?</p>

Finché, a un certo punto, succede.

Non era nei piani: non era per niente nei piani.

Stai facendo una cosa a caso di tutte quelle che sei abituato a fare ogni giorno, e che per comodità archivi sotto la voce La Mia Vita: la spesa all'alimentari sotto l'ufficio, la doccia dopo la palestra, la telefonata delle otto del mattino con tua madre.

E all'improvviso eccolo là, eccola là: il colore di uno sguardo, l'intenzione di una voce, l'efficacia di una battuta spiritosa, l'allarme di una sirena.

Daniel Glattauer lo chiama il vento del Nord, quel segnale con cui il mondo che c'è là fuori reclama attenzione: e che si trasforma nel dubbio che può cogliere, sempre e comunque impreparata, la nostra certezza di condurre l'unica esistenza che il destino (o Dio, o chi per lui) aveva in serbo per noi.

Caso editoriale in Germania, dove ha venduto settecentocinquantamila copie, arriva anche da noi, pubblicato da Feltrinelli, Le ho mai raccontato del vento del Nord.

Uno di quei libri da cui è difficile separarsi, perché quando si comincia a leggere, non c'è ritrosia intellettuale che possa ostacolare l'impellenza emotiva di sapere come andrà a finire. Ma anche perché, quando quel finale si raggiunge, ormai è troppo tardi: il vento del Nord batte anche sulle nostre finestre e ci costringe quantomeno a verificare se siano chiuse bene. Se cioè tutto quello che chiamiamo nostro (la nostra casa, nostro marito, nostra moglie, l'ora su cui è puntata la nostra sveglia) lo sia realmente o non faccia invece da palcoscenico a un personaggio che non corrisponde più a chi siamo diventati noi nel frattempo.

Detto così, ha dell'operazione necessaria e nobile. In termini pratici, è un gran casino.

Lo sa bene la soave e originale Emmi Rothner, che per colpa (merito?) di una vocale in più in un indirizzo email, non si mette in contatto con la rivista per cui desidera disdire l'abbonamento. Bensì con Leo Leike.

Comincia così, forse per noia sicuramente per casualità, la loro corrispondenza. Tutti e due, ironia (ferocia?) della sorte, fanno un lavoro che ha a che fare con quel vaso di Pandora senza fondo che è Internet: lei si occupa di siti web, lui è un professore di psicolinguistica al momento concentrato sull'analisi delle email come veicolo di emozioni.

Le loro professioni, insomma, dovrebbero garantire a entrambi tutta l'attrezzatura teorica necessaria per evitare di cadere nella trappola che può diventare la Rete, se le bugie della virtualità vengono scambiate come promesse di realtà.

Per quanto riguarda le loro esistenze, il discorso è esattamente lo stesso: Leo esce dalla relazione tormentata con una di quelle donne incapaci di esserci ma anche di non esserci, Emmi è sposata con un uomo con cui condivide valori, ideali, due figli e un percorso importante fatto insieme, dal dolore alla serenità.

Anche qui: nessuno dei due ha il benché minimo bisogno di qualcosa che crei scompiglio laddove, a fatica, si è conquistata una specie di pace.

Eppure.

Eppure la noia e la casualità del loro primo scambio di email si trasforma in pochi giorni in una vaga curiosità reciproca. Che da vaga si fa meno vaga. Da meno vaga si fa precisa. Da precisa scoppia (con il silenziatore di cui è provvisto il botto dei pochi incontri davvero importanti che ci è concesso di fare) nelle infinite sfumature e domande e impossibili risposte di quel sentimento che per comodità, come diceva Fiorello nella sua strepitosa imitazione di Federico Moccia, chiamiamo amore.

Ma Emmi e Leo non lo chiamano. Anzi. Nel loro sempre più incessante scambio di email continuano, fino a sfiorare il grottesco, ad appellarsi al lei, perfino quando si mettono a discutere di sesso. Tentennano fra la possibilità di incontrarsi di persona e di non farlo. A un certo punto lo fanno senza realmente farlo. Si ostinano, ridicoli in primo luogo a loro stessi, a improvvisarsi consulenti sentimentali l'uno dell'altra. Emmi arriva perfino a presentare a Leo una sua amica single.

Ma non ci riescono: il bisogno del contatto profondo che hanno stabilito, senza dargli il tempo neanche di rendersene conto, mette pagina dopo pagina in una posizione di scacco matto tutte le loro strategie difensive.

Però. Però se lo schermo dei loro computer è diventata una galassia in cui abitano soli e indisturbati, fuori da quello schermo, attorno a quella galassia, i pianeti delle loro vite continuano a girare. Ci sono impegni di lavoro, in quei pianeti, un marito taciturno e fedele, una figlia adolescente che s'invaghisce di un maestro di surf, un figlio che si sloga un polso. Ma soprattutto, ci sono la Emmi che Emmi fino a quel momento era sicura di essere, il Leo su cui Leo, dicendo «io», faceva affidamento.

Laddove nello schermo-galassia Emmi sta scoprendo la misteriosa e imprevedibile Emmi che Leo la chiama, istintivamente, a essere, mentre lui per primo abbandona gli schemi tradizionali con cui era abituato a comportarsi con una donna, per inventarne di nuovi assieme a lei.

E allora? Insiste a voler sapere Fiorello, con la voce di Moccia, ma insistiamo a voler sapere tutti, quando quello che capita a Emmi e a Leo capita anche a noi: lo chiamiamo amore, oppure no? La voglia che ci prende impellente di una vita diversa da quella che stavamo conducendo fino a quel momento: come la chiamiamo? È una fisiologica reazione a qualsiasi sia, la nostra vita, tanto più se è quella adatta a noi, perché il sogno e l'insoddisfazione sono insiti nell'essere umano e la realtà e il desiderio sono nemici a prescindere? O quella voglia è una pista da seguire fiduciosi, perché ci porterà dove abbiamo più possibilità di essere davvero noi stessi?

Chi sono, i Leo e le Emmi che magicamente e spaventosamente ogni tanto sbucano, in una casella email come dietro l'angolo di una strada che consideravamo familiare? Diavoli che mettono in pericolo tutto quello che abbiamo costruito fino a quel momento? O angeli traghettatori?

Dentro lo schermo-galassia dei nostri tutto è eccitante, sorprendente: bello. Ma una volta là fuori? Non arriverebbe anche per loro, la prima bolletta da dover fare la fila in posta per pagare? E i suoceri da andare a trovare nel weekend, l'immondizia da buttare, i calzini da raccogliere per terra. L'esistenza quotidiana, insomma, e il suo attentato continuo alla nostra capacità d'appassionarci. Perché a viverle

davvero, le cose, si rovinano tutte quante, dai: non prendiamoci in giro. A lasciarle dentro un computer, invece, sopravvivono a loro stesse in eterno.

Il tribunale allora ha deciso? Nessuna chance per Emmi e Leo?

E fosse che…? Fosse che invece una coppia su mille ce la fa, e proprio loro due sarebbero in grado di formare quella coppia? Fosse che non la perderebbero mai, la capacità d'appassionarsi? Fosse che la routine logora chi non è davvero fatto per stare insieme, ma unisce e rafforza chi invece lo è?

Non mi perdonereste mai di svelarvi come va a finire Le ho mai raccontato del vento del Nord, e giuro che non lo farò. Ma una cosa fatemela anticipare: per fortuna in Germania è già uscito nelle librerie Alle sieben Wellen, il seguito del romanzo.

Quantomeno la responsabilità del futuro di Emmi e di Leo, per il momento, se la continua a prendere Daniel Glattauer.

Condividi:
  • Twitter
  • Facebook
  • Delicious
RISULTATI
Federica 82 mesi fa

Bellissima recensione, grazie! Sicuramente lo acquisteró!

Lunghezza massima del commento: 1000 caratteri
Style.it si riserva di cancellare commenti con contenuto diffamatorio o volgare, i messaggi autopromozionali e/o commerciali, oppure in cui vengano indicati dati sensibili o personali (indirizzi mail, numeri di telefono,...).