Il "caso" Luigi Tenco visto da un sociologo

04 marzo 2010 
<p>Il "caso" Luigi Tenco visto da un sociologo</p>

Un sociologo alle prese con Luigi Tenco, con che frutti e da che punto di partenza?
Un sociologo e un appassionato di canzoni, che ascoltava i cantautori quando era adolescente e che da adulto si è chiesto il perché di quella passione, e della tanta autorevolezza culturale acquisita nel tempo dai cantautori ai quali i si dedicano premi, medaglie, film, libri e che vengono invitati a tenere lezioni in cattedra. Tutto questo non era immaginabile quando io ho iniziato ad ascoltare un De Andrè o un Guccini. Mi sono reso conto che gli strumenti che insegnavo e usavo per studiare altro, potevano essere d'aiuto per far luce su questo mondo della canzone d'autore. Poi, Tenco ha studiato sociologia all'Università di Genova e ha dato l'esame di Sociologia nel ' 62. Credo che abbia subito il fascino della materia che si ritrova in modo palpabile in alcune canzoni, una canzone su tute, Vita Sociale.

Cos'ha rappresentato quella vicenda per la canzone d'autore italiana?
Se allude al suicidio, un momento di rottura, un evento traumatico, quello che nel libro chiamo un trauma "culturale" perché capace di sconvolgere, o almeno mettere in seria discussione categorie interpretative e schemi di analisi consolidati. Il mondo della musica leggera, della canzonetta, non poteva più essere lo stesso dopo questa tragedia, che introduceva la cosa più seria della vita, cioè la morte, in una sfera considerata sino a quel momento di mera evasione, e di scarso valore culturale (e morale) oltre che estetico. Dopo Tenco, dopo la sua partecipazione a Sanremo '67 con Ciao Amore Ciao e la sua morte in quella stessa notte, il mondo della canzone non è stato più lo stesso.

A proposito di "genealogia", che tipo di eredi ha generato quel tipo di approccio a testi e musiche?
«Nel libro parlo esplicitamente di Gaber, il cui teatro canzone è almeno in parte conseguente a quella notte, in cui Gaber, lo ricordo, c'era. Parlo di De André, che inizia la sua carriera d'autore con tutti i crismi in quegli stessi mesi, almeno in parte influenzato sia dall'esempio artistico di Tenco che conosceva bene. Parlo di Francesco De Gregori e poi di figure forse meno vicine a Tenco per stile e poetica ma a lui avvicinabili come Vasco Rossi e Morgan, a mio parere il più "tenchiano" dei cantautori odierni».

E gli effetti sulla società italiana dei Sessanta?
«Da Tenco si è formato un movimento intellettuale e artistico che ha trovato nel Club Tenco il suo principale ma non unico catalizzatore. Da allora festival, rassegne, mostre, libri, premi e rubriche sono state dedicate ai cantautori e alla canzone d'autore, una categoria estetica che è stata letteralmente inventata a partire da quegli anni. Il risultato è che in Italia si parla tranquillamente di "canzone d'autore", quando nel resto del mondo semplicemente non si usa questa espressione e non si classificano così i cantanti o le canzoni. Con Tenco è nata una categoria originale di interpretazione estetica, che funziona ancora oggi».

Si è fatto un'idea sui perché di quel gesto, in quell'occasione e in quel momento?
«Quello che per me è più importante di tutta questa vicenda, e che è al centro del libro non c'è il perché della morte di Tenco, né la sua dinamica, ma i perché e le ragioni che a quella morte in apparenza assurda sono stati proposti di volta in volta dai "sopravvissuti" per dare un senso al trauma, riempendolo di significati e dandosi ragione per riparare. La stessa canzone d'autore, come categoria di classificazione del prodotto canoro, che ne ha elevato il valore ben oltre la cosiddetta canzonetta di consumo, in fondo è una riparazione simbolica ad un trauma vissuto, con più o meno intensità, con più o meno coscienza, da molti».

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