Santamaria: «Torno al mio primo amore: il teatro. Ma l'Accademia mi aveva bocciato»

08 marzo 2010 
<p>Santamaria: «Torno al mio primo amore: il teatro. Ma l'Accademia
mi aveva bocciato»</p>

Siamo abituati a vederlo al cinema in ruoli complessi e tormentati: depresso cronico in Baciami ancora, geloso ossessivo ne Il caso dell'infedele Klara, malavitoso in Fine pena maiRomanzo criminale. Ma anche a teatro, Claudio Santamaria non si risparmia. Per il suo ritorno sulle scene, dopo sei anni di solo grande schermo e qualche incursione in tv (la sua ultima volta in teatro era stata nel 2004 nel Sogno di una notte di mezza estate diretto da Giuseppe Marini), l'attore romano ha scelto un intenso monologo, che rese famoso in tutto il mondo il suo giovane autore, il drammaturgo francese Bernard-Marie Koltès: La notte poco prima della foresta
Da solo sul palco, per un'ora e un quarto di fila, senza neanche bere un bicchiere d'acqua (come tiene a sottolineare il regista della pièce, il colombiano Juan Diego Puerta Lopez), Santamaria interpreta un uomo straniero, esiliato, che attraverso un fiume dirompente di parole cerca di trattenere uno sconosciuto che abborda per strada, per sentirsi meno disperatamente solo. Lo spettacolo sarà in scena dal 9 al 28 marzo al Piccolo Eliseo di Roma, e dal 13 al 25 aprile al Teatro Elfo Puccini di Milano. 

Torna a teatro dopo tanti anni, con un testo difficile e sperimentale. Perché questa scelta, proprio in questo momento della sua carriera?
«Da tempo sentivo il bisogno di rifare teatro. In fondo è da lì che provengo, è stato il mio primo amore. E' stato Juan Diego a propormi questo spettacolo. Non avevo mai affrontato un monologo e mi sono chiesto: ce la farò a sostenere un'ora e un quarto da solo in scena? Me la sento? La risposta è sì, ho gli strumenti per farlo».

Da un successo commerciale, come l'ultimo film di Muccino, a uno spettacolo di nicchia che racconta la solitudine di un uomo esiliato, in un'ambientazione notturna e visionaria, impregnata di simboli: il salto è grande.
«Qualcuno infatti dice che dovrei fare spettacoli più popolari. Forse questo non lo è, ma mi piacerebbe che lo diventasse. Ho accettato questo testo perché mi dà possibilità espressive enormi».

A sentirla parlare, si ha l'impressione che il teatro la appaghi di più, dal punto di vista artistico.
«A teatro, l'attore è anche un po' autore. Dopo tanti film, avevo bisogno di fare qualcosa di cui fossi io a piantare il seme e che potessi veder crescere giorno per giorno. A volte, al cinema, arrivi sul set all'ultimo momento, quando magari il film è già in lavorazione. Entri in una casa e ti dicono: questa è casa tua. Ma non hai neanche il tempo di metabolizzare. Può diventare noioso. La performance dal vivo, invece, non ha eguali, sul palcoscenico mi sento drogato».

Ai suoi esordi, provò ad entrare all'Accademia d'Arte Drammatica, ma non fu ammesso. Che cosa andò storto?
«Diciamo che, come quando fai un provino per il cinema, ti può andare bene come ti può andare male. La prova di canto fu un successo, portai un pezzo di James Taylor, Carolina in my mind. Per il recitato, sbagliai testo. Mi presentai con un dialogo tra Cassio e Iago da Otello. All'esame d'ammissione, ti chiedono di portare un dialogo, per vedere come interagisci. Non sapevo che in verità doveva essere un testo in cui la spalla di dà qualche battuta e poi tu attacchi un monologo. Il mio era un dialogo vero e proprio, e non ho avuto modo di esprimermi al meglio. Insomma, non me la sono giocata bene».

C'è invece, in tutta la sua carriera, un ruolo che desiderava fortemente e che le hanno sfilato sotto il naso?
«Quello di Lucignolo per Pinocchio di Roberto Benigni. Kim Rossi Stuart fece un provino formidabile e si rivelò bravissimo per quella parte, mentre io non ebbi l'energia sufficiente. Benigni, persona educatissima, mi chiamò personalmente per comunicarmi che il provino era andato molto bene, ma che aveva scelto Kim».

Dopo tanti ruoli impegnativi, le piacerebbe una parte comica?
«Magari!».

A questo punto (siamo nel foyer del Teatro Eliseo a Roma), ci raggiunge la figlia di Santamaria, Emma, due anni e mezzo, avuta dalla compagna Delfina Delettrez Fendi. Vestitino rosa a fiori, riccioli biondi e occhioni azzurri, che più azzurri non si può: una bambola. Il resto dell'intervista si svolge tra baci e abbracci dell'attore con la sua splendida bambina.

Che tipo di padre è?
«Affettuoso, ma anche un po' severo. Mi piace spiegarle le cose e fare in modo che qualsiasi cosa la faccia per scelta».

Ci pensa mai al matrimonio? E' un passo che farà?
«Può darsi».

E un altro figlio?
«Al momento non è in programma».

Come si vede tra dieci anni?
«A fare questo mestiere in modo più creativo, da regista o scrittore».

Prossimamente la vedremo in tv, in una mini-serie Rai, Le cose che restano, dove ha recitato insieme a Lorenzo Balducci, figlio di Angelo (ex presidente del Consiglio nazionale dei lavori pubblici, in carcere per la vicenda degli appalti della Protezione civile). Ha sentito Lorenzo dopo lo scandalo?
«No, non ho il suo numero. Abbiamo avuto un buon rapporto sul set, ma non ci frequentiamo. Ma al di là di tutto quello che è stato detto, mi sembra un attore bravo».

Pensa che la vicenda che ha coinvolto suo padre possa compromettere la sua carriera?
«Non credo, siamo in Italia. Prima o poi, tutto si dimentica».

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