Assalto, al telefono con Giuseppe Genna

14 aprile 2010 
<p><em>Assalto</em>, al telefono con Giuseppe Genna</p>

«Ovunque io mi volti arriva l'ondata nera, diceva Kafka». Finisce desolatamente con questa riflessione Assalto a un tempo devastato e vile Versione 3.0 (Minimum Fax, pagg. 323, 15 euro), come racconta l'autore Giuseppe Genna, 40 anni. Lo disturbiamo al telefono: è a casa, a Milano, e sta lavorando al nuovo libro, di cui non può dir molto. Esce da Twitter (http://twitter.com/giuseppegenna) e parliamo.

Assalto era uscito dieci anni fa, la prima volta, ora è stato aggiornato, con 150 pagine in più.

Quello che colpisce sono le parole ricercate, la quantità di argomenti affrontati, da Scientology ai centri sociali di Milano. Come si documenta?

«Faccio ricerche in rete. Dieci anni fa non ero sui social network ma avevo più tempo e potevo cercare tra documenti, giornali».

Oggi perché è sui social network?

«Mi serve a fare "militanza culturale". È l'unico modo per poter portare dei contenuti che altrove no trovano spazio, anche se dei contenuti non frega più niente a nessuno. Tutto si sviluppa in pillole, contatti rapidi: la frammentazione del cognitivo corrisponde alla disintegrazione dell'emotivo».

Lei parla come scrive. Non teme di non essere capito, la sua scrittura spesso è molto colta, difficile.

«Io spero di raggiungere più persone possibili, ma, quando scrivo, mi disinteresso della leggibilità. Del resto, Assalto, è un libro che non coltiva la speranza di essere un bestseller».

Eppure è stato un successo. E lei continua ad aggiornarlo.

«Io credo che mi dovrebbe seguire nella tomba. La formula "versione 3.0" come se si trattasse della release di un software lo rende di fatto infinito, aggiornabile continuamente appena c'è un cambiamento».

Lei che cambiamento ha registrato?

«Ho dieci anni di più fuori e soprattutto dentro».

Molti racconti, dalla periferia di Milano al diario di suo padre, sono autobiografici. Che cosa le è costato di più scrivere?

«Raccontare la solitudine assoluta in cui mi ritrovo, nel capitolo finale, Io so di non sapere dove vado. Ho superato lutti, ferite mie e altrui. Neppure la scrittura mi dà più sollievo. Non vedo la luce e devo imparare a stare solo».

 

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