La svolta di Jean Paul Gaultier: l'enfant terrible conquista il design

31 agosto 2010 
<p>La svolta di Jean Paul Gaultier: l'enfant terrible conquista il
design</p>
PHOTO AP/LAPRESSE

Pioggia battente sul Boulevard Saint-Germain, a Parigi, e confusione totale nella boutique Roche Bobois, dove Jean Paul Gaultier presenta la sua prima collezione di mobili, in mezzo a giornalisti di tutto il mondo. Il programma ha un paio d'ore di ritardo e così la mia intervista rischia di saltare. Tiro Gaultier per una manica, in mezzo alla folla impazzita, e glielo faccio notare. Con il suo solito sorriso da ragazzaccio impertinente, mi risponde sottovoce: «Ho deciso di invitarla a colazione nel mio atelier. Saremo soli, avremo tempo per una bella chiacchierata, ma non lo dica a nessuno. Perdonato?». «Perdonatissimo », rispondo prendendo al volo una flûte di champagne. Sarà invece innaffiato d'acqua il nostro déjeuner, nella cucina segreta del grande atelier della Rue Saint-Martin. Lo chef ha preparato un menu leggero, a base di aragosta e verdure al vapore, che ci serve con passo felpato, mentre Jean Paul Gaultier comincia a parlare a raffica del suo «nuovo corso». A 58 anni, l'enfant terrible ha deciso di cambiare vita: «Per diventare più buono nei confronti degli altri e pensare molto più alle mie nuove passioni».

In che mood si trova Jean Paul Gaultier in questo momento?
«Sono in una situazione di cambiamento. Mi sono guardato e mi sono reso conto di essere diventato aggressivo, diverso da quello di una volta: dovevo cambiare».

Non ci spaventi. E adesso che cosa farà della sua vita?
«Continuerò a giocare alla moda, come quando ero bambino. Avevo un orsacchiotto a cui mettevo le extension per potergli fare delle acconciature, dopo avergli cucito sul petto i primi seni conici, come quelli di Madonna. Dovevo accontentarmi: ero un maschietto e non potevo giocare con le bambole. Vede la responsabilità dei genitori? Se mi avessero regalato una Barbie, la mia infanzia sarebbe stata molto più semplice. Insomma, voglio fare le stesse cose, ma con più calma, mettendoci più attenzione. Ed esplorare altri territori creativi, come quello del design, appunto».

La sua prima collezione Roche Bobois è solo l'inizio della sua avventura nell'immenso territorio dell'arredamento?
«Avevo cominciato qualche anno fa, facendo prototipi per il VIA . Questa è la mia prima volta con un produttore che ha una rete commerciale capace di vendere le mie creazioni in tutto il mondo. Come per la moda, ho da sempre l'esigenza di far entrare le cose che faccio nella vita della gente: gli abiti sono fatti per essere portati e i mobili per essere usati».

Il meccanismo creativo del design di un mobile è diverso da quello di un abito?
«Non direi, in ambedue i casi esiste un'architettura, la scelta delle materie, del colore e la ricerca del comfort. In un abito è essenziale potersi muovere, un divano deve essere comodo per potersi sedere. E poi c'è un elemento comune che è molto importante: il tessuto. Mi piace vestire le case, quasi come vestire le donne, trovo che sia un mezzo per entrare nell'universo intimo delle persone. È il lato più intrigante del mio lavoro, certe volte penso a quanto sia carnale il rapporto che abbiamo con l'abito, che entra direttamente in contatto con la pelle. Ogni tanto, quando provo gli abiti sulle modelle, mi rendo conto che le tocco molto: mi scuso sempre, però!».

Non pensa che la sua collezione per Roche Bobois sia molto femminile?
«È vero, la mia collezione è femmina, ma può piacere anche agli uomini. Ho voluto pensare al vostro universo, rendendovi più belle, con gli specchi degli armadi che dimagriscono, con le fodere del letto color carne come nella lingerie, con la presenza di tatuaggi femminili stampati sui mobili. È stata una scelta istintiva di cui mi assumo tutte le responsabilità».

Dopo sette anni di collaborazione, lascerà, dopo la prossima sfilata, la direzione creativa di Hermès. Una decisione di
fficile?
«No, una scelta ragionata. È stata un'esperienza fantastica, ma sette anni sono tanti e sinceramente penso che per me fosse ora di passare ad altro. All'inizio è stata una vera sfida perché mi ha permesso di confrontarmi con il contrario di me stesso. L'enfant terrible della moda francese che entrava dalla porta principale in Faubourg Saint-Honoré, chez Hermès, la marca emblematica dell'alta borghesia e dell'aristocrazia. Un'esperienza che ho fatto solo per questo motivo, non ho mai avuto piani di carriera: è sempre stato l'appetito che avevo rispetto a una proposta a farmi decidere, come nel caso di Roche Bobois».

Con Hermès ha avuto la fortuna di avere un'icona eccezionale come Carla Bruni, che non ha perso occasione ufficiale per sfoggiare le sue creazioni.
«Sono stato molto lusingato dalle scelte della première dame. Carla Bruni è una donna che mi ha ispirato, anche se non sono stato io a scoprirla come mannequin. È un'eroina da romanzo… ».

Insomma, l'enfant terrible sta diventando adulto?
«Spero di no, quando mi chiedevano da bambino che cosa volevo fare da grande, rispondevo: voglio diventare come Monsieur Dior. Nella vita ho fatto quello che sognavo e mi diverto ancora molto con i miei giocattoli, voglio solo averne di meno ma di più preziosi».

Su Vanity Fair n.35/2010 in edicola da mercoledì 1 settembre

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