Pioggia battente sul Boulevard Saint-Germain, a Parigi, e
confusione totale nella boutique Roche Bobois, dove Jean Paul
Gaultier presenta la sua prima collezione di mobili, in mezzo a
giornalisti di tutto il mondo. Il programma ha un paio d'ore di
ritardo e così la mia intervista rischia di saltare. Tiro Gaultier
per una manica, in mezzo alla folla impazzita, e glielo faccio
notare. Con il suo solito sorriso da ragazzaccio impertinente, mi
risponde sottovoce: «Ho deciso di invitarla a colazione nel mio
atelier. Saremo soli, avremo tempo per una bella chiacchierata, ma
non lo dica a nessuno. Perdonato?». «Perdonatissimo », rispondo
prendendo al volo una flûte di champagne. Sarà invece innaffiato
d'acqua il nostro déjeuner, nella cucina segreta del
grande atelier della Rue Saint-Martin. Lo chef ha preparato un menu
leggero, a base di aragosta e verdure al vapore, che ci serve con
passo felpato, mentre Jean Paul Gaultier comincia a parlare a
raffica del suo «nuovo corso». A 58 anni, l'enfant
terrible ha deciso di cambiare vita: «Per diventare più buono
nei confronti degli altri e pensare molto più alle mie nuove
passioni».
In che mood si
trova Jean Paul Gaultier in questo momento?
«Sono in una situazione di cambiamento. Mi sono guardato
e mi sono reso conto di essere diventato aggressivo, diverso da
quello di una volta: dovevo cambiare».
Non ci spaventi. E adesso che cosa farà della sua
vita?
«Continuerò a giocare alla moda, come quando ero bambino.
Avevo un orsacchiotto a cui mettevo le extension per potergli fare
delle acconciature, dopo avergli cucito sul petto i primi seni
conici, come quelli di Madonna. Dovevo accontentarmi: ero un
maschietto e non potevo giocare con le bambole. Vede la
responsabilità dei genitori? Se mi avessero regalato una Barbie, la
mia infanzia sarebbe stata molto più semplice. Insomma, voglio fare
le stesse cose, ma con più calma, mettendoci più attenzione. Ed
esplorare altri territori creativi, come quello del design,
appunto».
La sua prima collezione Roche Bobois è solo l'inizio della
sua avventura nell'immenso territorio dell'arredamento?
«Avevo cominciato qualche anno fa, facendo prototipi per
il VIA . Questa è la mia prima volta con un produttore che ha una
rete commerciale capace di vendere le mie creazioni in tutto il
mondo. Come per la moda, ho da sempre l'esigenza di far entrare le
cose che faccio nella vita della gente: gli abiti sono fatti per
essere portati e i mobili per essere usati».
Il meccanismo creativo del design di un mobile è diverso
da quello di un abito?
«Non direi, in ambedue i casi esiste un'architettura, la
scelta delle materie, del colore e la ricerca del comfort. In un
abito è essenziale potersi muovere, un divano deve essere comodo
per potersi sedere. E poi c'è un elemento comune che è molto
importante: il tessuto. Mi piace vestire le case, quasi come
vestire le donne, trovo che sia un mezzo per entrare nell'universo
intimo delle persone. È il lato più intrigante del mio lavoro,
certe volte penso a quanto sia carnale il rapporto che abbiamo con
l'abito, che entra direttamente in contatto con la pelle. Ogni
tanto, quando provo gli abiti sulle modelle, mi rendo conto che le
tocco molto: mi scuso sempre, però!».
Non pensa che la sua collezione per Roche Bobois sia molto
femminile?
«È vero, la mia collezione è femmina, ma può piacere
anche agli uomini. Ho voluto pensare al vostro universo, rendendovi
più belle, con gli specchi degli armadi che dimagriscono, con le
fodere del letto color carne come nella lingerie, con la presenza
di tatuaggi femminili stampati sui mobili. È stata una scelta
istintiva di cui mi assumo tutte le responsabilità».
Dopo sette anni di collaborazione, lascerà, dopo la prossima
sfilata, la direzione creativa di Hermès. Una decisione
difficile?
«No, una scelta ragionata. È stata un'esperienza
fantastica, ma sette anni sono tanti e sinceramente penso che per
me fosse ora di passare ad altro. All'inizio è stata una vera sfida
perché mi ha permesso di confrontarmi con il contrario di me
stesso. L'enfant terrible della moda francese che entrava
dalla porta principale in Faubourg Saint-Honoré, chez Hermès, la
marca emblematica dell'alta borghesia e dell'aristocrazia.
Un'esperienza che ho fatto solo per questo motivo, non ho mai avuto
piani di carriera: è sempre stato l'appetito che avevo rispetto a
una proposta a farmi decidere, come nel caso di Roche
Bobois».
Con Hermès ha avuto la fortuna di avere un'icona
eccezionale come Carla Bruni, che non ha perso occasione
ufficiale per sfoggiare le sue
creazioni.
«Sono stato molto lusingato dalle scelte della
première dame. Carla Bruni è una donna che mi ha ispirato,
anche se non sono stato io a scoprirla come mannequin. È un'eroina
da romanzo… ».
Insomma, l'enfant
terrible sta diventando adulto?
«Spero di no, quando mi chiedevano da bambino che cosa
volevo fare da grande, rispondevo: voglio diventare come Monsieur
Dior. Nella vita ho fatto quello che sognavo e mi diverto ancora
molto con i miei giocattoli, voglio solo averne di meno ma di più
preziosi».
Su Vanity Fair n.35/2010 in edicola da mercoledì 1 settembre