Confesso: a suo tempo la lettura della Versione di
Barney di Mordecai Richler, destinato a diventare (in Italia
almeno) un grande longseller, mi lasciò freddo. Lo rifiutai con il
misto di snobismo e invidia con cui molto spesso gli scrittori
inediti, a caccia di un editore decente, rifutano quelli che hanno
sfondato. Ero un tipo alla Terry McIver, il bilioso scrittore su
cui Barney Panofsky rovescia secchiate di sarcasmo e derisione.
Naturalmente le ragioni del mio disappunto di allora non mi erano
chiare come lo sono oggi. Allora credevo di sapere ciò che non mi
persuadeva in Richler: il suo libro somigliava a troppe cose che
avevo già letto. Per intenderci, Barney Panofsky, il celebre
protagonista richleriano, mi sembrava - nella scala della
cattiveria, della depravazione, della disperazione - diverse spanne
sotto all'indimenticabile e quasi coevo Mickey Sabbath di Philip
Roth.
Per questo decisi che Richler era un epigono. Epigono? Che rilievo
meschino da muovere a uno scrittore! Degno di quei micragnosissimi
critici-giornalisti che danno i voti e che si mettono lì con il
bilancino a distinguere, in un romanzo, ciò che funziona da ciò che
non funziona. Epigono? Chi, tranne Dante, Shakespeare e pochi altri
fondatori, non lo è? Chi non ha una manciata di predecessori da
mettere di default nei Ringraziamenti alla fine del proprio
libro?
Sono trascorsi dieci anni da allora. Continuo a vedere La
versione di Barney sugli scaffali delle librerie. La gente
continua a comprarlo, a parlarne. Nel frattempo ho avuto modo di
provare sulla mia pelle che cosa vuol dire essere snobbati, e
talvolta (più raramente purtroppo) invidiati. E ora Barney e il suo
creatore mi sembrano
due giganti.
E per una ragione molto semplice.
La letteratura va giudicata per la sua resistenza, proprio come
il vino. Se qualcosa di un libro rimane, se non te lo togli dalla
testa per anni, beh allora significa che è letteratura. Ecco perché
Barney Panofsky è letteratura. Perché sta sempre qui, al nostro
fianco. Perché mai come ora avremmo bisogno di lui. Della sua
insofferenza, del suo edonismo, della sua rabbia, della sua
buonafede travestita da malafede, della sua capacità di non
ricordare le cose o di ricordarle nel modo sbagliato. Lo capisco
leggendo il delizioso libretto di Cristian Rocca intitolato
Sulle tracce di Barney. Si tratta di una
rielaborazione di alcuni articoli che Rocca scrisse a suo
tempo per Il Foglio, quando Giuliano Ferrara, subito dopo
la morte di Richler, decise di mandare uno dei suoi giovani
intraprendenti leoni per qualche mese in Canada, per l'appunto,
sulle tracce di Barney.
Già, Il Foglio.
Barney e Il Foglio, questo sì che è un sodalizio che
merita una riflessione! Richler deve al Foglio la sua
beatificazione italiana. E Rocca insiste molto, e giustamente, su
tale aspetto della faccenda. Ma non è la cosa più interessante di
questo miracoloso connubio. Non importa tanto che cosa Richler deve
al Foglio o che cosa Il Foglio deve a Richler. Il miracolo
è che si siano incontrati e che si siano tanto piaciuti e che
abbiano contribuito a nutrire l'uno il successo dell'altro.
A quel tempo leggere Il Foglio era un vero spasso. Una
vertigine dadaista, tanto più se lo paragonavi ai mandarinismi di
certo togato giornalismo italiano. Mi ricordo che lo compravo, lo
aprivo, lo iniziavo a leggere e non riuscivo a smettere di ridere.
Non importa se fossi in accordo o in disaccordo con quello che
trovavo scritto. Mi faceva ridere, e non come certa satira che fa
ridere solo chi la pensa come l'autore satirico. Mi faceva ridere
in un modo fresco, croccante, imprevedibile (ammesso che tali
aggettivi si attaglino a una risata). Era una sorta di partito
preso del torto. Mi veniva in mente il verso di Guccini: «Spiacere
è il mio piacere». Era bello essere sempre dalla parte del torto e,
però, sapere in fondo in fondo di avere in qualche modo ragione.
Era bello indignarsi per ciò che non indignava nessuno e deridere
ciò che indignava tutti.
Alla maniera di Barney Panofsky. Sentite come riassume Rocca il
suo atteggiamento politico: «Non sopporta il conformismo salutista,
detesta l'estremismo ambientalista e prende in giro i guru del
cambiamento climatico, anche perché da un punto di vista di un
Paese gelido come il Canada il surriscaldamento globale dovrebbe
essere considerato una benedizione, più che un pericolo». E, a
proposito, Rocca riporta una splendida battuta di Barney sul
senatore Joe McCarthy, il grande paranoico inquisitore degli anni
'50 che mise alla sbarra un sacco di divi di Hollywood, accusandoli
per lo più ingiustamente di essere comunisti e antiamericani: «Un
vero pagliaccio, non c'è dubbio, ma col senno di poi, ritengo lo si
debba considerare il critico cinematografico più perspicace e
lungimirante di sempre».
Ecco Barney, nella sua forma migliore.
Più smagliante.
E mi fa pensare a una bella espressione che usava Hannah Arendt:
«Pensare senza corrimano». Un modo di dire che ho sempre amato. Sì,
pensare senza corrimano. Cioè, non innamorarsi di idee preconcette.
Diffidare di ciò che è talmente vero, talmente verificato, talmente
sotto gli occhi di tutti da essere diventato istituzionale, e per
questo falso e retorico. Ecco l'atteggiamento di Barney. Ecco ciò
che lo rende più vivo di un sacco di gente viva che conosco.
Eppoi c'è la questione del piacere, dell'edonismo, dell'abbandono
ai sensi. Della cessione quotidiana a ciò che è bello, a ciò che è
buono, a ciò che dà gusto: sigari, Scotch, sandwich al pastrami,
Tv, sport, l'hockey, soprattutto l'hockey. Barney ama tutto questo
ben di dio con distacco e passione. Barney, non potendone fare a
meno, non ne fa a meno. Barney asseconda le sue pulsioni. E non ha
alcuna intenzione di non farlo. E in questo ha un precursore di
eccezione. Uno dei più meravigliosi e commoventi personaggi
shakespeariani, quel Falsta il cui motto è: «Per un uomo non fu mai
peccato agir secondo la sua vocazione». Un aforisma che si attaglia
perfettamente a Barney e a tutti coloro che lo ammirano e che lo
prendono a modello.
Agire secondo la tua vocazione?
Ma certo, è tutto lì il segreto. È tutto lì il gusto. Non
stravolgere se stessi. Strafottersene di essere impopolari. Imitare
i salmoni: andando controcorrente e verso la fonte delle cose.
Parlare bene solo dei libri, dei film, degli uomini politici, dei
calciatori, delle vallette che ti piacciono e non di tutti quelli
di cui occorre (chissà perché?) parlare bene per forza. Non
obbligare se stessi a commuoversi per ciò che in realtà non è
affatto commovente, sebbene siano tutti lì a frignare. E
soprattutto comprendere che lo snobismo è la grande dannazione
umana. E visto che a nessuno è consentito non essere snob per un
solo istante della nostra insulsa esistenza, allora tanto vale
essere il più snob di tutti gli snob in circolazione.