Alessandro Piperno: «La (mia) versione di Barney»

07 settembre 2010 
<p>Alessandro Piperno: «La (mia) versione di Barney»</p>
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Confesso: a suo tempo la lettura della Versione di Barney di Mordecai Richler, destinato a diventare (in Italia almeno) un grande longseller, mi lasciò freddo. Lo rifiutai con il misto di snobismo e invidia con cui molto spesso gli scrittori inediti, a caccia di un editore decente, rifutano quelli che hanno sfondato. Ero un tipo alla Terry McIver, il bilioso scrittore su cui Barney Panofsky rovescia secchiate di sarcasmo e derisione. Naturalmente le ragioni del mio disappunto di allora non mi erano chiare come lo sono oggi. Allora credevo di sapere ciò che non mi persuadeva in Richler: il suo libro somigliava a troppe cose che avevo già letto. Per intenderci, Barney Panofsky, il celebre protagonista richleriano, mi sembrava - nella scala della cattiveria, della depravazione, della disperazione - diverse spanne sotto all'indimenticabile e quasi coevo Mickey Sabbath di Philip Roth.


Per questo decisi che Richler era un epigono. Epigono? Che rilievo meschino da muovere a uno scrittore! Degno di quei micragnosissimi critici-giornalisti che danno i voti e che si mettono lì con il bilancino a distinguere, in un romanzo, ciò che funziona da ciò che non funziona. Epigono? Chi, tranne Dante, Shakespeare e pochi altri fondatori, non lo è? Chi non ha una manciata di predecessori da mettere di default nei Ringraziamenti alla fine del proprio libro?

Sono trascorsi dieci anni da allora. Continuo a vedere La versione di Barney sugli scaffali delle librerie. La gente continua a comprarlo, a parlarne. Nel frattempo ho avuto modo di provare sulla mia pelle che cosa vuol dire essere snobbati, e talvolta (più raramente purtroppo) invidiati. E ora Barney e il suo creatore mi sembrano
due giganti.

E per una ragione molto semplice.

La letteratura va giudicata per la sua resistenza, proprio come il vino. Se qualcosa di un libro rimane, se non te lo togli dalla testa per anni, beh allora significa che è letteratura. Ecco perché Barney Panofsky è letteratura. Perché sta sempre qui, al nostro fianco. Perché mai come ora avremmo bisogno di lui. Della sua insofferenza, del suo edonismo, della sua rabbia, della sua buonafede travestita da malafede, della sua capacità di non ricordare le cose o di ricordarle nel modo sbagliato. Lo capisco leggendo il delizioso libretto di Cristian Rocca intitolato Sulle tracce di Barney. Si tratta di una rielaborazione  di alcuni articoli che Rocca scrisse a suo tempo per Il Foglio, quando Giuliano Ferrara, subito dopo la morte di Richler, decise di mandare uno dei suoi giovani intraprendenti leoni per qualche mese in Canada, per l'appunto, sulle tracce di Barney.

Già, Il Foglio.


Barney e Il Foglio, questo sì che è un sodalizio che merita una riflessione! Richler deve al Foglio la sua beatificazione italiana. E Rocca insiste molto, e giustamente, su tale aspetto della faccenda. Ma non è la cosa più interessante di questo miracoloso connubio. Non importa tanto che cosa Richler deve al Foglio o che cosa Il Foglio deve a Richler. Il miracolo è che si siano incontrati e che si siano tanto piaciuti e che abbiano contribuito a nutrire l'uno il successo dell'altro.

A quel tempo leggere Il Foglio era un vero spasso. Una vertigine dadaista, tanto più se lo paragonavi ai mandarinismi di certo togato giornalismo italiano. Mi ricordo che lo compravo, lo aprivo, lo iniziavo a leggere e non riuscivo a smettere di ridere. Non importa se fossi in accordo o in disaccordo con quello che trovavo scritto. Mi faceva ridere, e non come certa satira che fa ridere solo chi la pensa come l'autore satirico. Mi faceva ridere in un modo fresco, croccante, imprevedibile (ammesso che tali aggettivi si attaglino a una risata). Era una sorta di partito preso del torto. Mi veniva in mente il verso di Guccini: «Spiacere è il mio piacere». Era bello essere sempre dalla parte del torto e, però, sapere in fondo in fondo di avere in qualche modo ragione. Era bello indignarsi per ciò che non indignava nessuno e deridere ciò che indignava tutti.

Alla maniera di Barney Panofsky. Sentite come riassume Rocca il suo atteggiamento politico: «Non sopporta il conformismo salutista, detesta l'estremismo ambientalista e prende in giro i guru del cambiamento climatico, anche perché da un punto di vista di un Paese gelido come il Canada il surriscaldamento globale dovrebbe essere considerato una benedizione, più che un pericolo». E, a proposito, Rocca riporta una splendida battuta di Barney sul senatore Joe McCarthy, il grande paranoico inquisitore degli anni '50 che mise alla sbarra un sacco di divi di Hollywood, accusandoli per lo più ingiustamente di essere comunisti e antiamericani: «Un vero pagliaccio, non c'è dubbio, ma col senno di poi, ritengo lo si debba considerare il critico cinematografico più perspicace e lungimirante di sempre».


Ecco Barney, nella sua forma migliore.

Più smagliante.

E mi fa pensare a una bella espressione che usava Hannah Arendt: «Pensare senza corrimano». Un modo di dire che ho sempre amato. Sì, pensare senza corrimano. Cioè, non innamorarsi di idee preconcette. Diffidare di ciò che è talmente vero, talmente verificato, talmente sotto gli occhi di tutti da essere diventato istituzionale, e per questo falso e retorico. Ecco l'atteggiamento di Barney. Ecco ciò che lo rende più vivo di un sacco di gente viva che conosco.


Eppoi c'è la questione del piacere, dell'edonismo, dell'abbandono ai sensi. Della cessione quotidiana a ciò che è bello, a ciò che è buono, a ciò che dà gusto: sigari, Scotch, sandwich al pastrami, Tv, sport, l'hockey, soprattutto l'hockey. Barney ama tutto questo ben di dio con distacco e passione. Barney, non potendone fare a meno, non ne fa a meno. Barney asseconda le sue pulsioni. E non ha alcuna intenzione di non farlo. E in questo ha un precursore di eccezione. Uno dei più meravigliosi e commoventi personaggi shakespeariani, quel Falsta il cui motto è: «Per un uomo non fu mai peccato agir secondo la sua vocazione». Un aforisma che si attaglia perfettamente a Barney e a tutti coloro che lo ammirano e che lo prendono a modello.


Agire secondo la tua vocazione?

Ma certo, è tutto lì il segreto. È tutto lì il gusto. Non stravolgere se stessi. Strafottersene di essere impopolari. Imitare i salmoni: andando controcorrente e verso la fonte delle cose. Parlare bene solo dei libri, dei film, degli uomini politici, dei calciatori, delle vallette che ti piacciono e non di tutti quelli di cui occorre (chissà perché?) parlare bene per forza. Non obbligare se stessi a commuoversi per ciò che in realtà non è affatto commovente, sebbene siano tutti lì a frignare. E soprattutto comprendere che lo snobismo è la grande dannazione umana. E visto che a nessuno è consentito non essere snob per un solo istante della nostra insulsa esistenza, allora tanto vale essere il più snob di tutti gli snob in circolazione.

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RISULTATI
caterita 73 mesi fa

Caro Piperno, io ho letto "La Versione di Barney" e poi quello che credo sia stato il suo romanzo d'esordio: "Con le peggiori intenzioni", li ho trovati molto simili e mi sono piaciuti entrambi, recentemente ho letto "Hanno tutti ragione" ed ho trovato Tony Pagoda irresistibile quasi quanto Barney e Daniel Sonnino, insomma tre antieroi con la precisa intenzione di restare tali e tre libri con continui accenni ad un colpo di scena finale che arriva puntuale e prevedibile per poter dare al lettore la soddisfazione di dire:" Lo sapevo che tanto andava a finire così". Bravi!

Giovanni 74 mesi fa

Dunque caro Piperno, se Lei non avesse visto "La versione di Barney" sugli scaffali dopo 10 anni dalla prima lettura, l'avrebbe così frettolosamente archiviato come "freddo" punto e basta, nulla da aggiungere? Vero che la caratura delle grandi opere, come dice bene Lei, va commisurata, come il vino, per la loro durata nel tempo, ma un intenditore sa riconoscere il buon vino fin dal principio della sua maturazione. Nel caso di questo libro, mi sembra che Lei si sia fatto scappare l'occasione. Ed è un vero peccato. Io, al contrario, l'ho letto solo adesso e lo trovo assolutamente starordinario, ma badi, non sono un intenditore, ma un semplice "degustatore" lettore. I migliori saluti.

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