Chiara Gamberale, cinque padri sono meglio di uno?

18 ottobre 2010 
<p>Chiara Gamberale, cinque padri sono meglio di uno?</p>

Come immobiliarista, Chiara Gamberale faticherebbe ad arrivare a fine mese, non ha il guizzo: ha impiegato sei anni, con la casa pronta, a traslocare dalla vecchia, a capire che a Roma l'Esquilino è meglio di Poggio Ameno, praticamente un'ovvietà. Vecchio quartiere centrale, fascinoso e meticcio il primo indirizzo; via di Grotta Perfetta, periferia stazzonata nonostante le promesse del nome, e lontana da tutto, il secondo. Una periferia talmente fuori mano che adesso che ci mette 50 minuti per andare ogni giorno a piedi negli studi di Radio2, per condurre Io, Chiara e l'Oscuro, le sembra una svolta fenomenale, e meglio che andare in palestra. Eppure la toponomastica romana le è evidente, anzi le dà un peso fatale: per esempio suo marito, lo scrittore Emanuele Trevi, è laziale, ma lei, pur romanista, ne fa senza esitazione una questione di quartiere: «Lui è dei Parioli», come dire un destino segnato, che ci vuoi fare.

Per fortuna, Chiara Gamberale, 33 anni, è scrittrice e le case si limita ad abitarle intensamente per decenni, dando loro un'anima, come la vecchia: quella dove è cresciuta è anche l'indirizzo del suo nuovo romanzo - Le luci nelle case degli altri - il quinto. Grotta Perfetta, Poggio Ameno, è il cuore della storia, talmente importante che al condominio al 315 della via è dedicato un disegno, così il lettore - come nei gialli vecchio stile - si orienta subito su chi è chi, e dove abita, dal primo al quinto piano.

La storia è quella di una bambina fuori dal comune a cominciare dal nome, Mandorla, che arriva nella casa a sei anni, catapultata dalla disgrazia di aver perso la mamma, che del condominio era la bizzarra, amatissima amministratrice. Niente padre, per la piccola rimasta sola al mondo: ma una meravigliosa lettera, che è tutto ciò che Mandorla ha e sa della mamma, svela che il misterioso papà abita lì, e «che una sera di marzo, forse per noia, forse per curiosità, nell'ex lavatoio del sesto piano ha fatto l'amore con me». Nelle ferme esistenze, negli affetti sclerotizzati degli inquilini è panico, quando la lettera salta fuori - sono tutti sospettabili tranne la vecchia signorina del primo piano - e la decisione è unanime, autoprotetta: crescerà con tutti, adottata dal condominio, cinque padri invece di uno, più o meno due anni in ogni famiglia, e sarà un percorso verticale, una scalata esistenziale affrontata a mani nude fino a raggiungere la vetta - l'imprevedibile finale - da una bambina preziosa e rara come un diamante grezzo. «Che nei momenti di disperazione non ti viene in mente di invidiare la felicità degli  altri, (...) le luci nelle case degli altri, dappertutto c'è del bene dappertutto c'è del male», scrive sgrammaticata la mamma di Mandorla, e sulla copertina del libro c'è una frase che riassume la vita, quella di carta dei personaggi e quella vera delle persone: «Viviamo tutti all'oscuro di qualcosa che ci riguarda».

Un bell'assortimento, i suoi condomini:da dove li ha tirati fuori?

«Il mio hobby sono le persone, questi personaggi sanno di vita vera, li conosco, mi ricordano qualcuno che mi è necessario e nello stesso tempo, per essere credibili, danno voce a una parte di me. Io per esempio vivo in un senso di inadeguatezza continuo e so che cosa vuol dire non sentirsi amati: cosa ci vuole a immedesimarsi? Percepisco i temi che inceppano la vita, vedo coppie narcisistiche come Lidia e Lorenzo del quarto piano e famiglie ostinatamente borghesi come i Barilla del quinto».

E Mandorla?

«Lei non la vedo, lei somiglia a me, è una sfumatura dell'anima. È una outsider, una perdente, una apparentemente persa nell'incapacità di vivere, che però ci prova, a vivere l'amore. Io so che cosa significa non sentirsi uguali ai coetanei, e forse un po' deviata ci nasci. Certo che se quando sei ragazzina tutti ascoltano i Duran Duran e tu Nicola Di Bari, è dura. Mi piaceva la mia unicità, ma è un'arma a doppio taglio: non tornerei indietro per nulla al mondo, più sei diverso - eccessivamente emotivo come ero io - e più ti esponi a sofferenze immani».

La casa è protagonista come le persone.

«Quel condominio è un grande cuore umano, un anno dopo l'altro Mandorla sale tutte le scale, fa tutte le esperienze per affrancarsi dalla vita: inizia a vivere con la vecchia maestra, un affetto solido e sicuro, ma in un certo senso la persona più noiosa, perché è sola. Lo scopre crescendo, di appartamento in appartamento, che alle persone non basta stare insieme per essere innamorati, che tutto è relativo e che tutti dobbiamo affrontare la complessità e l'ambiguità dei sentimenti. Dal primo al quinto piano, dove c'è la famiglia delle famiglie, quella tradizionale».

L'ha messa in cima perché è la migliore?

«Ognuno cerca a modo suo di dare risposte allo stesso problema, che poi è una delle mie ossessioni: come si fa a tenere insieme la passione e la responsabilità familiare? Intanto bisogna essere in contatto con le proprie parti oscure e schifose, riconoscendole, e chi non lo fa è pericoloso. Poi no, al quinto piano non si sta meglio, ma quello - padre, madre, figli - e con tutti i suoi errori, è il modello inevitabile con cui confrontarci. Certo, mi piacerebbe che tra le stesse mura abitassero sia la capacità di proteggere i figli dei Barilla sia la passionalità della coppia del piano di sotto».

Lorenzo e Lidia, che sono gli stessi protagonisti del romanzo precedente, La zona cieca, come mai?

«Li ho amati molto, sentivo che non avevano ancora dato tutto, ed erano molto funzionali a rappresentare un archetipo. Dunque: al primo piano abita la solitudine. Al secondo la famiglia post-patriarcale, donna con le palle e uomo frustrato, blogger sfigato: insieme mettono al mondo un piccolo idolo. Al terzo stanno due omosessuali, che ho descritto sottraendomi alla correttezza di maniera: sono un po' stronzi, egoisti, incoerenti e traditori - esattamente come tutti noi -, però sono forse quelli che credono di più alla famiglia come istituzione; non a caso è da loro che Mandorla comincia a capire come le bruci sentirsi diversa da tutti. Come non è casuale che lei scopra l'amore vivendo dai due egocentrici pazzi del quarto. Al quinto, dai Barilla, c'è l'amore: sia quello che esplode dentro Mandorla, sia quella forma che resiste agli anni e a tutto, tradimenti compresi, piena di ombre. Mi fa male scriverne, ma è meglio sapere come va, ho troppe amiche che ignorando i lati oscuri del matrimonio si sono fatte male».

Lei è sposata da un anno.

«Sì, purtroppo».

Come, purtroppo?

«Stiamo insieme da sette, abbiamo passato una grande fase tormentata che un po' rimpiango, perché a volte ho la sensazione di essere sempre meno il suo "pubblico", a volte lo vedo rinascere con altri, essere splendido per altri. Emanuele, che assomiglia molto al personaggio di Lorenzo, sta imparando a quasi 50 anni che stare insieme è come quando fai il fuoco nel caminetto: ogni tanto un'occhiata ce la devi dare».

Viviamo tutti all'oscuro di qualcosa che ci riguarda, no? L'ha scritto sulla copertina.

«Come tutte le persone malamente toccate dalla vita, anch'io pensavo che più cose sai meno soffri, hai la situazione sotto controllo. Poi ho capito - la vita di coppia mi ha aiutato - che non hai bisogno di far sapere tutto a tutti, e viceversa, per amare ed essere amata: le persone che veramente tengono a noi sono quelle che ci capiscono, e che noi capiamo, nel profondo. Inutile fare i ragionieri dell'esistenza degli altri: perdi la vita, se la analizzi troppo. È una frase terapeutica, per me, ed è il punto al quale sono arrivata nel mio rapporto con le persone, che mi diverte e mi atterrisce. Per questo tengo tanto a questo libro: è il più autobiografico».

Qual è il suo lato oscuro?

«La bambina che ero. Mi fa tanta paura. Fin da piccola so che ho qualcosa dentro che non capisco fino in fondo. D'altra parte il mistero, tutto quello che non sappiamo di noi, è quello che ci piace di più, che non ci fa paura. Chi non mette in conto le sue ombre è pericoloso e si perde. Un po' di veleno tutti i giorni, come Mitridate, non ti uccide, anzi ti tiene in vita».

Bisogna soffrire?

«No! Non credo alla didattica del dolore, non si è fighi solo se si sta male. Bisogna conoscersi, e se quando t'incontri non soffri - be' - sei più fortunato».

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