Come immobiliarista, Chiara Gamberale faticherebbe ad arrivare a
fine mese, non ha il guizzo: ha impiegato sei anni, con la casa
pronta, a traslocare dalla vecchia, a capire che a Roma l'Esquilino
è meglio di Poggio Ameno, praticamente un'ovvietà. Vecchio
quartiere centrale, fascinoso e meticcio il primo indirizzo; via di
Grotta Perfetta, periferia stazzonata nonostante le promesse del
nome, e lontana da tutto, il secondo. Una periferia talmente fuori
mano che adesso che ci mette 50 minuti per andare ogni giorno a
piedi negli studi di Radio2, per condurre Io, Chiara e
l'Oscuro, le sembra una svolta fenomenale, e meglio che andare
in palestra. Eppure la toponomastica romana le è evidente, anzi le
dà un peso fatale: per esempio suo marito, lo scrittore Emanuele
Trevi, è laziale, ma lei, pur romanista, ne fa senza esitazione una
questione di quartiere: «Lui è dei Parioli», come dire un destino
segnato, che ci vuoi fare.
Per fortuna, Chiara Gamberale, 33 anni, è scrittrice e le case
si limita ad abitarle intensamente per decenni, dando loro
un'anima, come la vecchia: quella dove è cresciuta è anche
l'indirizzo del suo nuovo romanzo - Le luci nelle case degli
altri - il quinto. Grotta Perfetta, Poggio Ameno, è il cuore
della storia, talmente importante che al condominio al 315 della
via è dedicato un disegno, così il lettore - come nei gialli
vecchio stile - si orienta subito su chi è chi, e dove abita, dal
primo al quinto piano.
La storia è quella di una bambina fuori dal comune a cominciare
dal nome, Mandorla, che arriva nella casa a sei anni, catapultata
dalla disgrazia di aver perso la mamma, che del condominio era la
bizzarra, amatissima amministratrice. Niente padre, per la piccola
rimasta sola al mondo: ma una meravigliosa lettera, che è tutto ciò
che Mandorla ha e sa della mamma, svela che il misterioso papà
abita lì, e «che una sera di marzo, forse per noia, forse per
curiosità, nell'ex lavatoio del sesto piano ha fatto l'amore con
me». Nelle ferme esistenze, negli affetti sclerotizzati degli
inquilini è panico, quando la lettera salta fuori - sono tutti
sospettabili tranne la vecchia signorina del primo piano - e la
decisione è unanime, autoprotetta: crescerà con tutti, adottata dal
condominio, cinque padri invece di uno, più o meno due anni in ogni
famiglia, e sarà un percorso verticale, una scalata esistenziale
affrontata a mani nude fino a raggiungere la vetta -
l'imprevedibile finale - da una bambina preziosa e rara come un
diamante grezzo. «Che nei momenti di disperazione non ti viene in
mente di invidiare la felicità degli altri, (...) le luci
nelle case degli altri, dappertutto c'è del bene dappertutto c'è
del male», scrive sgrammaticata la mamma di Mandorla, e sulla
copertina del libro c'è una frase che riassume la vita, quella di
carta dei personaggi e quella vera delle persone: «Viviamo tutti
all'oscuro di qualcosa che ci riguarda».
Un bell'assortimento, i suoi condomini:da dove li ha
tirati fuori?
«Il mio hobby sono le persone, questi personaggi sanno di vita
vera, li conosco, mi ricordano qualcuno che mi è necessario e nello
stesso tempo, per essere credibili, danno voce a una parte di me.
Io per esempio vivo in un senso di inadeguatezza continuo e so che
cosa vuol dire non sentirsi amati: cosa ci vuole a immedesimarsi?
Percepisco i temi che inceppano la vita, vedo coppie narcisistiche
come Lidia e Lorenzo del quarto piano e famiglie ostinatamente
borghesi come i Barilla del quinto».
E Mandorla?
«Lei non la vedo, lei somiglia a me, è una sfumatura dell'anima.
È una outsider, una perdente, una apparentemente persa
nell'incapacità di vivere, che però ci prova, a vivere l'amore. Io
so che cosa significa non sentirsi uguali ai coetanei, e forse un
po' deviata ci nasci. Certo che se quando sei ragazzina tutti
ascoltano i Duran Duran e tu Nicola Di Bari, è dura. Mi piaceva la
mia unicità, ma è un'arma a doppio taglio: non tornerei indietro
per nulla al mondo, più sei diverso - eccessivamente emotivo come
ero io - e più ti esponi a sofferenze immani».
La casa è protagonista come le persone.
«Quel condominio è un grande cuore umano, un anno dopo l'altro
Mandorla sale tutte le scale, fa tutte le esperienze per
affrancarsi dalla vita: inizia a vivere con la vecchia maestra, un
affetto solido e sicuro, ma in un certo senso la persona più
noiosa, perché è sola. Lo scopre crescendo, di appartamento in
appartamento, che alle persone non basta stare insieme per essere
innamorati, che tutto è relativo e che tutti dobbiamo affrontare la
complessità e l'ambiguità dei sentimenti. Dal primo al quinto
piano, dove c'è la famiglia delle famiglie, quella
tradizionale».
L'ha messa in cima perché è la migliore?
«Ognuno cerca a modo suo di dare risposte allo stesso problema,
che poi è una delle mie ossessioni: come si fa a tenere insieme la
passione e la responsabilità familiare? Intanto bisogna essere in
contatto con le proprie parti oscure e schifose, riconoscendole, e
chi non lo fa è pericoloso. Poi no, al quinto piano non si sta
meglio, ma quello - padre, madre, figli - e con tutti i suoi
errori, è il modello inevitabile con cui confrontarci. Certo, mi
piacerebbe che tra le stesse mura abitassero sia la capacità di
proteggere i figli dei Barilla sia la passionalità della coppia del
piano di sotto».
Lorenzo e Lidia, che sono gli stessi protagonisti del
romanzo precedente, La zona cieca, come mai?
«Li ho amati molto, sentivo che non avevano ancora dato tutto,
ed erano molto funzionali a rappresentare un archetipo. Dunque: al
primo piano abita la solitudine. Al secondo la famiglia
post-patriarcale, donna con le palle e uomo frustrato, blogger
sfigato: insieme mettono al mondo un piccolo idolo. Al terzo stanno
due omosessuali, che ho descritto sottraendomi alla correttezza di
maniera: sono un po' stronzi, egoisti, incoerenti e traditori -
esattamente come tutti noi -, però sono forse quelli che credono di
più alla famiglia come istituzione; non a caso è da loro che
Mandorla comincia a capire come le bruci sentirsi diversa da tutti.
Come non è casuale che lei scopra l'amore vivendo dai due
egocentrici pazzi del quarto. Al quinto, dai Barilla, c'è l'amore:
sia quello che esplode dentro Mandorla, sia quella forma che
resiste agli anni e a tutto, tradimenti compresi, piena di ombre.
Mi fa male scriverne, ma è meglio sapere come va, ho troppe amiche
che ignorando i lati oscuri del matrimonio si sono fatte male».
Lei è sposata da un anno.
«Sì, purtroppo».
Come, purtroppo?
«Stiamo insieme da sette, abbiamo passato una grande fase
tormentata che un po' rimpiango, perché a volte ho la sensazione di
essere sempre meno il suo "pubblico", a volte lo vedo rinascere con
altri, essere splendido per altri. Emanuele, che assomiglia molto
al personaggio di Lorenzo, sta imparando a quasi 50 anni che stare
insieme è come quando fai il fuoco nel caminetto: ogni tanto
un'occhiata ce la devi dare».
Viviamo tutti all'oscuro di qualcosa che ci riguarda,
no? L'ha scritto sulla copertina.
«Come tutte le persone malamente toccate dalla vita, anch'io
pensavo che più cose sai meno soffri, hai la situazione sotto
controllo. Poi ho capito - la vita di coppia mi ha aiutato - che
non hai bisogno di far sapere tutto a tutti, e viceversa, per amare
ed essere amata: le persone che veramente tengono a noi sono quelle
che ci capiscono, e che noi capiamo, nel profondo. Inutile fare i
ragionieri dell'esistenza degli altri: perdi la vita, se la
analizzi troppo. È una frase terapeutica, per me, ed è il punto al
quale sono arrivata nel mio rapporto con le persone, che mi diverte
e mi atterrisce. Per questo tengo tanto a questo libro: è il più
autobiografico».
Qual è il suo lato oscuro?
«La bambina che ero. Mi fa tanta paura. Fin da piccola so che ho
qualcosa dentro che non capisco fino in fondo. D'altra parte il
mistero, tutto quello che non sappiamo di noi, è quello che ci
piace di più, che non ci fa paura. Chi non mette in conto le sue
ombre è pericoloso e si perde. Un po' di veleno tutti i giorni,
come Mitridate, non ti uccide, anzi ti tiene in vita».
Bisogna soffrire?
«No! Non credo alla didattica del dolore, non si è fighi solo se
si sta male. Bisogna conoscersi, e se quando t'incontri non soffri
- be' - sei più fortunato».