Ken Follett diventa una rockstar: «Mi diverto come un pazzo»

29 ottobre 2010 
<p>Ken Follett diventa una rockstar: «Mi diverto come un pazzo»</p>
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Per certe interviste servirebbe una preparazione extra, solo che alla vigilia non è mai prevedibile. Nel caso di quella che state per leggere, se nel curriculum ci fossero stati non dico un provino a X Factor, ma anche solo un karaoke tra amici o la frequentazione del coro della scuola alle elementari, diciamo che non avrebbero guastato. Siamo a Londra, negli studi musicali The Joint: tante salette dall'aria underground in un vicolo dietro King's Cross. E la band che accorda gli strumenti con piglio professionale si chiama Damn Right, I've Got The Blues. Mai sentiti nominare? Possibile. Eppure il bassista è famoso in tutto il mondo da una trentina d'anni. Secondo Forbes guadagna 20 milioni di dollari l'anno, più di Cristiano Ronaldo, e ha venduto finora circa 116 milioni di «pezzi». Non album ma libri. Il signore in questione è Ken Follett e ci ha dato appuntamento qui per un'intervista sul suo nuovo romanzo, La caduta dei giganti. Quello che sarebbe successo dopo non era in programma. «Ci vediamo con i miei amici per suonare tutti i lunedì, da quasi vent'anni. Come vede, seguo la regola di Paul McCartney: il più scarso con la chitarra finisce a suonare il basso».

La caduta dei giganti è il primo della trilogia «Century», probabilmente l'impresa più ambiziosa dello scrittore gallese dai tempi dei Pilastri della terra, la saga medievale che è forse il suo titolo più famoso assieme alla Cruna dell'ago, quello che gli ha dato fama internazionale. Il suo tour, quello vero che promuove il libro nel mondo, è partito da poco con clamore da rockstar.

Cominciamo dalla musica o dal libro?
«Dalla musica! Con la band mi diverto come un pazzo, ci esibiamo anche dal vivo, nei pub, nelle università: non siamo mica dilettanti. Io sono un perfezionista, mi piace fare le cose per bene in ogni campo».

È vero che ha cominciato a scrivere intervistando le rockstar?
«In un certo senso sì. Ero giornalista al South Wales Echo, un quotidiano del Galles, e seguivo anche la musica pop. Nel 1971 mi ricordo che andai da Stevie Wonder, aveva 21 anni, il migliore che ho in contrato. Incontrai anche i Led Zeppelin, ma direi che per un giornalista non erano il massimo».

Perché?
«Erano totalmente devastati! Si presentavano così, glieli faccio vedere».

Ridendo, si lascia andare a peso morto sulla poltrona imitando una rockstar strafatta.

La promozione della Caduta dei giganti è un tour mondiale che la impegnerà per alcuni mesi: le capita di annoiarsi dovendo rispondere alle stesse domande?
«Il vantaggio è che, cambiando Paese, anche le domande cambiano. La caduta dei giganti racconta la nostra storia dalla vigilia della prima guerra mondiale, attraverso le vite di cinque famiglie in luoghi diversi. Ora, io non potevo certo includere tutte le nazionalità, così tutti i francesi mi chiedono perché non l'ho ambientato in Francia, mentre gli italiani vogliono sapere perché non c'è l'Italia e così via».

Giusto, perché non c'è l'Italia?
«Mi stavo domandando che cosa aspettasse a farmi questa domanda, così mi sono preparato. Sono felice di dirle che nel libro l'Italia c'è, eccome: due minatori italiani, con nomi italiani, può verificare. Il Galles all'epoca era pieno di italiani. Mio nonno materno era minatore».

Sa già come concluderà la storia?
«Il come è ancora da scoprire, perché intrecciarei destini di molta gente è abbastanza complicato, ma conosco il quando: la trilogia si fermerà il giorno della caduta del Muro di Berlino. Mi pare un'ottima giornata per chiudere una trilogia».

Il suo stile di vita lussuoso e la aperta simpatia per la sinistra inglese le hanno regalato il soprannome di «Champagne socialist». La mette a disagio che le si facciano i conti in tasca?
«Al contrario, abbraccio totalmente la definizione. Sono entusiasta di essere uno "champagne socialist" perché amo visceralmente lo champagne da tempi non sospetti. Quando ho iniziato a scrivere, e le assicuro che non ero certo ricco, ogni volta che vendevo un libro a un editore mettiamo per 100, o 200 sterline, per prima cosa stanziavo una piccola percentuale, diciamo 10 sterline, e la investivo per comprare una bottiglia di champagne per festeggiare e propiziare la sorte. Ora che sono più benestante non cambia molto: soltanto le proporzioni e, forse, la qualità dello champagne».

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LEGGI TUTTA L'INTERVISTA SU VANITY FAIR N° 43 (pagina 217)

 

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