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Per certe interviste servirebbe una preparazione extra, solo che
alla vigilia non è mai prevedibile. Nel caso di quella che state
per leggere, se nel curriculum ci fossero stati non dico un provino
a X Factor, ma anche solo un karaoke tra amici o la
frequentazione del coro della scuola alle elementari, diciamo che
non avrebbero guastato. Siamo a Londra, negli studi musicali The
Joint: tante salette dall'aria underground in un vicolo dietro
King's Cross. E la band che accorda gli strumenti con piglio
professionale si chiama Damn Right, I've Got The Blues. Mai sentiti
nominare? Possibile. Eppure il bassista è famoso in tutto il mondo
da una trentina d'anni. Secondo Forbes guadagna 20 milioni
di dollari l'anno, più di Cristiano Ronaldo, e ha venduto finora
circa 116 milioni di «pezzi». Non album ma libri. Il signore in
questione è Ken Follett e ci ha dato appuntamento
qui per un'intervista sul suo nuovo romanzo, La caduta dei
giganti. Quello che sarebbe successo dopo non era in
programma. «Ci vediamo con i miei amici per suonare tutti i lunedì,
da quasi vent'anni. Come vede, seguo la regola di Paul McCartney:
il più scarso con la chitarra finisce a suonare il basso».
La caduta dei giganti è il primo della trilogia
«Century», probabilmente l'impresa più ambiziosa dello scrittore
gallese dai tempi dei Pilastri della terra, la saga
medievale che è forse il suo titolo più famoso assieme alla
Cruna dell'ago, quello che gli ha dato fama
internazionale. Il suo tour, quello vero che promuove il libro nel
mondo, è partito da poco con clamore da rockstar.
Cominciamo dalla musica o dal libro?
«Dalla musica! Con la band mi diverto come
un pazzo, ci esibiamo anche dal vivo, nei pub,
nelle università: non siamo mica dilettanti. Io sono un
perfezionista, mi piace fare le cose per bene in ogni campo».
È vero che ha cominciato a scrivere intervistando le
rockstar?
«In un certo senso sì. Ero giornalista al South Wales
Echo, un quotidiano del Galles, e seguivo anche la musica pop.
Nel 1971 mi ricordo che andai da Stevie Wonder, aveva 21 anni, il
migliore che ho in contrato. Incontrai anche i Led Zeppelin, ma
direi che per un giornalista non erano il massimo».
Perché?
«Erano totalmente devastati! Si presentavano così, glieli faccio
vedere».
Ridendo, si lascia andare a peso morto sulla poltrona
imitando una rockstar strafatta.
La promozione della Caduta dei
giganti è un tour mondiale che la impegnerà
per alcuni mesi: le capita di annoiarsi dovendo rispondere alle
stesse domande?
«Il vantaggio è che, cambiando Paese, anche le domande cambiano.
La caduta dei giganti racconta la nostra storia
dalla vigilia della prima guerra mondiale, attraverso le vite di
cinque famiglie in luoghi diversi. Ora, io non potevo certo
includere tutte le nazionalità, così tutti i francesi mi chiedono
perché non l'ho ambientato in Francia, mentre gli italiani vogliono
sapere perché non c'è l'Italia e così via».
Giusto, perché non c'è l'Italia?
«Mi stavo domandando che cosa aspettasse a farmi questa domanda,
così mi sono preparato. Sono felice di dirle che nel libro l'Italia
c'è, eccome: due minatori italiani, con nomi italiani, può
verificare. Il Galles all'epoca era pieno di italiani. Mio nonno
materno era minatore».
Sa già come concluderà la storia?
«Il come è ancora da scoprire, perché intrecciarei destini di
molta gente è abbastanza complicato, ma conosco il quando: la
trilogia si fermerà il giorno della caduta del Muro di Berlino. Mi
pare un'ottima giornata per chiudere una trilogia».
Il suo stile di vita lussuoso e la aperta simpatia per
la sinistra inglese le hanno regalato il soprannome di «Champagne
socialist». La mette a disagio che le si facciano i conti in
tasca?
«Al contrario, abbraccio totalmente la definizione. Sono
entusiasta di essere uno "champagne socialist" perché amo
visceralmente lo champagne da tempi non sospetti. Quando ho
iniziato a scrivere, e le assicuro che non ero certo ricco, ogni
volta che vendevo un libro a un editore mettiamo per 100, o 200
sterline, per prima cosa stanziavo una piccola percentuale, diciamo
10 sterline, e la investivo per comprare una bottiglia di champagne
per festeggiare e propiziare la sorte. Ora che sono più benestante
non cambia molto: soltanto le proporzioni e, forse, la qualità
dello champagne».
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LEGGI TUTTA L'INTERVISTA SU VANITY FAIR N° 43
(pagina 217)