Saggista prolifico, ha scritto numerosi saggi di semiotica,
estetica medievale, linguistica e filosofo a, oltre a romanzi di
successo». Presto bisognerà aggiornare aggiungendo due elementi:
autore di un ulteriore romanzo in uscita a fine ottobre, Il
cimitero di Praga (di cui anticipa solo che «è contro il
razzismo e farà molto discutere») e ideatore e curatore di un
progetto di enciclopedia multimediale senza precedenti.
Come è nato il progetto Encyclomedia?
«Si sono incontrate due cose, tempo fa. Da un lato c'era
un mezzo, il cdrom, all'epoca innovativo, che l'attuale direttore
editoriale di Encyclomedia Publishers, Danco Singer, voleva
riempire di contenuti. Dall'altro c'era una mia ossessione
professorale, quel che gli studenti non sanno, cioè le distanze
temporali. Lo verificavo provando a chiedere loro quanto tempo
separasse Gesù Cristo da Robespierre, o Sant'Agostino da San
Tommaso. Non ne avevano un'idea vicina alla realtà. Questo perché
in un libro è difficile mettere la storia su un piano, occorre
sfogliare, avanti e indietro. Il cd-rom poteva diventare animato,
mostrare i collegamenti: il filosofo Kant può aver incontrato
Napoleone? Vediamo…».
E non era, tecnologicamente parlando, un passo
indietro?
«Sì, ma lo era come lo è un passo indietro nel ballo, lo si fa per
continuare la danza. E infatti abbiamo avuto l'opportunità di
aggiungere volumi, coprire periodi. Eravamo partiti con il Seicento
perché all'epoca stavo scrivendo L'isola del giorno prima
che è ambientata in quel secolo. Poi l'opera si è ampliata,
mancavano il Medioevo e il Novecento, che sembrava troppo vicino
per essere affrontato e invece ora l'abbiamo fatto. Il cartaceo è
stato un momento di passaggio per arrivare all'opera che fra
qualche mese sarà consultabile online».
Lei sostiene che la cultura è memoria. La memoria rimuove.
Lo fa anche la cultura?
«Certamente. Pensi alla questione della donna, rimossa
per secoli. Pensi a Ipazia. Poi ci sono rimozioni minori: poco
importa sapere che Giulio Cesare si portava a letto i suoi
ufficiali».
Lei non la sente quest'aria di fastidio verso quella che
chiama la comunità
scientifico-culturale, verso chi
decide che cosa scrivere nelle voci dell'enciclopedia, verso quella
che viene bollata con l'etichetta spregiativa di élite?
«Sì, ma l'appello all'anarchia c'è sempre stato. Leggendo
male Derrida, per anni nelle scuole americane si è applicato il
decostruzionismo insegnando agli studenti: un testo potete leggerlo
come volete. Poi è passata. Succede sempre così. Sono cicli. Se una
generazione perde il controllo della sessualità, quella successiva
è puritana. Guardo il mio nipotino, guardo i suoi fratelli maggiori
con il piercing e penso che lui probabilmente avrà un taglio di
capelli da marines e porterà la cravatta. Sono curve della storia,
ci sono sempre state. Fino al punto di non ritorno».
Adesso dove siamo?
«Sul fondo della curva».
Possibilità di ripresa?
«Non nell'immediato».
Ce la caveremo tutti?
«Tranne la sinistra italiana: quella viaggia verso
l'autodistruzione».
E si guarda spesso indietro?
«Domanda bizzarra: ci passo la vita, è il mio
lavoro».
La sua memoria ha rimosso molto?
«Qualcosa di certo: le umiliazioni. Non potrei vivere
bene ricordandole. Sarà per questo che a volte vedo qualcuno e
penso che dovrei ammazzarlo, ma non ricordo perché».
È riuscito a fare qualcosa di meritevole, qualcosa che
resterà?
«Non saprei. Magari nel mio prossimo libro ci sono dieci
righe che ispireranno un bambino vietnamita, le leggerà e diventerà
il salvatore dell'umanità».
L'intervista completa su Vanity Fair n. 40/2010 in edicola da
mercoledì 6 ottobre