Jake e Dinos Chapman: i fratelli-artisti in mostra a Milano

25 maggio 2010 
<p>Jake e Dinos Chapman: i fratelli-artisti in mostra a Milano</p>

Si tratta della coppia di artisti contemporanei più irriverenti d'Inghilterra, che con Damien Hirst e Tracey Emin negli anni '90 sono stati i protagonisti del movimento concettuale degli Young British Artists, nato alla Saatchi Gallery. Scandalosi, provocatori, splatter ma con senso dello humour: in Italia, qualcosa di simile lo ha fatto solo Maurizio Cattelan. Se Cattelan ha fatto piombare un meteorite su Giovanni Paolo II, i Chapman hanno messo Stephen Hawking in sedia a rotelle in bilico sul ciglio di un precipizio. Se Cattelan ha fatto inginocchiare un piccolo Hitler, i Chapman hanno comprato 13 acquerelli del dittatore e li hanno decorati con arcobaleni, fiori, facce sorridenti, per la mostra  If Hitler Had Been A Hippy How Happy Would We Be (Se Hitler fosse stato un hippy, quanto saremmo stati felici noi).

La prima monografica italiana dei Chapman è stata appena inaugurata a Milano, alla galleria ProjectB. Si intitola: The Sun Will Shine Brightly On Your Rotting Corpse Whilst Your Bones Glimmer In the Moonlight.


«Il sole splenderà sul vostro cadavere marcio mentre le vostre ossa risplendono al chiaro di luna». Che significa?
Jake: «È l'esatta descrizione del mio modo di vedere le cose, adesso»

Come lavorate in coppia?
J.: «È un casino. Parliamo di tutto e dalle chiacchiere nascono le idee, spesso di notte».
L'ispirazione da dove vi viene?
J.: «Le faccio un esempio... (Prende l'iPhone e cerca tra le foto quella della pancia del nipote adolescente, piena di bruciature). Era ubriaco e i suoi amici gli hanno fatto uno scherzo: gli hanno anche rasato un sopracciglio e parte dei capelli. Questa per me è ispirazione ».

Nelle vostre opere spesso ci sono morte, violenza, mutilazione e zero speranza. D.: «La nostra arte è uno specchio di quello che vediamo. Non abbiamo intenti pedagogici né vogliamo "abbellire" il mondo, per renderlo un paesaggio più gradevole. Per esempio, ovunque è pieno di chiese, e di croci: per molti sono un simbolo rassicurante. Ma alla croce è collegata l'idea della violenza e della morte. E, se ci pensa bene, la croce non è che una specie di svastica».

Siete padri: come spiegate alle vostre figlie le vostre opere? Fanno domande? D.: «Non sembrano molto interessate, non chiedono. Comunque noi non spieghiamo nulla».

Non si spaventano?
J.: «No, anzi. Forse dovremmo spaventarci noi. Guardi che cosa fa la mia... (prende l'iPhone e cerca la foto della figlia di 5 anni che fa una smorfia con due bulbi oculari finti). Vede? Si diverte così».

Ma i vostri lavori sono spesso disturbanti.
J.: «Ce lo dicono, ma è più un'idea dei giornalisti: le persone che incontriamo non si dicono né spaventate né disgustate. E poi, perché non si può ridere? Anche chi va a vedere i film horror non è che poi esce traumatizzato. L'importante è che sia fiction».

Foto: Amelia Troubridge. Una produzione esclusiva per Vanity Fair
L'intervista completa su Vanity Fair n.21/2010 in edicola da mercoledì 26 maggio

Condividi:
  • Twitter
  • Facebook
  • Delicious
RISULTATI
Lunghezza massima del commento: 1000 caratteri
Style.it si riserva di cancellare commenti con contenuto diffamatorio o volgare, i messaggi autopromozionali e/o commerciali, oppure in cui vengano indicati dati sensibili o personali (indirizzi mail, numeri di telefono,...).