Carmen Consoli: «Quando ho paura di un uomo»

26 gennaio 2010 
PHOTO ALAN GELATI - VANITY FAIR

Entra nella sala riunioni del suo addetto stampa e […] a bassa voce dice una cosa semplice ma sorprendente […]: «Grazie.Grazie per l'attenzione, il tempo e lo spazio che mi dedicate». […]
Trentacinque anni, catanese […], Carmen Consoli è appena rientrata in Italia dopo una manciata di concerti a Montreal, Boston e New York. Il 2 febbraio, all'Auditorium di Roma, darà il via con la sua band a una tournée dalla doppia anima. In ogni città si esibirà, il primo giorno, in versione rock […] il secondo in chiave acustica […].

Com'è andata in America?
«Bene. Anche se è cominciata male. Sono arrivata a Montreal direttamente dalle Maldive […]. Il giorno dopo mi sono svegliata con 39 e mezzo di febbre».

Com'è finita?
«[…]Ho avuto ottime recensioni, sul New York Times e sul New Yorker, e ho capito che, per fortuna, all'estero hanno ancora una buona considerazione dell'Italia […]»

Pensa di avere qualcosa in comune con la Carmen di Bizet
«Lei è una seduttrice. E anch'io lo sono […]». 

Mai capitato di spaventare un uomo?
«Non mi sembra. […] Semmai, dato che la paura è legata alla scarsa conoscenza, è successo il contrario: sono io ad aver avuto paura di un uomo». 

Si spieghi meglio.
«Mi spaventano il torbido, l'ambiguità, la non chiarezza di intenti […]».

Ha detto di non aver mai vissuto una storia d'amore «veramente bella»: possibile?
«Possibilissimo. Sono state tutte fallimentari. […]Ma una relazione non è la sola cosa che mi manca».

Per esempio?
«Mi manca il mio papà.
Suo padre, cui è dedicato il singolo Mandaci una cartolina, è morto lo scorso maggio. Carmen si commuove. Ci fermiamo.

«E anche un figlio mi manca. Mi piacerebbe averne più di uno. […]E sono convinta che li avrò, al momento giusto».[…]

Potrebbe diventare madre anche senza un uomo al suo fianco?
«[…] La figura paterna è importante. Il mio papà era meraviglioso. Mi ha insegnato l'ordine di idee, l'ironia, il modo di parlare […]».

Cerca un compagno come lui?
«La vedo difficile. Infatti ho il complessodi Elettra. Ma quando lo troverò...».

Alla sua età, com'è il bilancio?
«Buono. Perché mi sento un uovo».

Un uovo?
«Sì. L'uovo è una forma di vita che tende all'evoluzione: dischiudendosi, diventerà altro. Io sono così […]  ho l'ossessione di rinominarmi e cambiare ogni giorno […]».

Non c'è rischio che quell'uovo si rompa?
«No. Semmai c'è il pericolo che diventi sodo. Siamo un popolo addormentato e comodo, che non vuole più conoscere la verità, decidere da solo. […]».

Di che cosa è più orgogliosa?
«Di non aver mai rinunciato a me stessa. […] Mi piace fare la spesa con le mollette in testa, uscire con la tuta, giocare a tennis».[…]

È vero che da giovane pensò di farsi suora?
«Più o meno. Ho fatto elementari e medie dalle Orsoline. Ero la cocca delle suore […]. Poi, a 10 anni, mi sviluppai all'improvviso, e con la terza di seno per loro diventai una che doveva andare a confessarsi tutte le mattine […]» 

L'ultimo «no» importante che ha detto?
«Quando hanno sentito Elettra, i miei discografici hanno detto che le radio non avrebbero mai trasmesso una sola canzone e che nessuno l'avrebbe comprato. "Metti un po' di ketchup qua e là, Carmen". Ho risposto che non se ne parlava nemmeno. […] E il disco continua a vendere».

Quanto durerà il tour?
«Fino alla fine dell'estate. Poi andrò a New York per almeno un anno. […] mi piacerebbe creare una piccola factory siculo-consoliana. Il futuro è nell'incontro, nella contaminazione. E nei sogni». 

Il più ambizioso?
«Più che ambiziosi, io faccio sogni bellissimi e irrealizzabili. Tanto tutto è possibile. Dipende solo da noi».

Leggete l'intervista completa su Vanity Fair 04/2010

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