Red Ronnie: «Lancio talenti in metropolitana»

03 aprile 2010 
<p>Red Ronnie: «Lancio talenti in metropolitana»</p>
PHOTO KIKA PRESS

«Il pubblico ha il diritto di sentire cose che non conosce». Parola di Gabriele Ansaloni, in arte Red Ronnie. Dj radiofonico, presentatore televisivo, la sua nuova avventura si chiama LiveMi: concerti di band emergenti accompagnate da un vip. L'evento è ogni sabato, dalle 14 alle 19, nella metropolitana di Milano, fermata piazza Duomo. Il prossimo appuntamento vedrà esibirsi i 4 Crazy Daisy, Alessandra Novello, Damadelizia, Famous like you, Il motorino di Nicola, Innerlogics, Luna latina, Maxiata, Plan de fuga e Yaseedee. Ospiti i Finley, freschi di nuovo album.
Artisti emergenti in metro: fa tanto Londra anni '70, ma per l'Italia è un'idea rivoluzionaria. Com'è arrivata?
«Tutto nasce da una riflessione col sindaco di Milano, Letizia Moratti. Ci chiedevamo come mai oggi così tanti ragazzi si diano all'alcol. La risposta è semplice: la loro creatività non ha spazio. Quando l'amministratore delegato di Atm, Elio Catania, le propose di ravvivare la metro, lei mi coinvolse nel progetto».
Ed è nato LiveMi. Risultati?
«A me interessava gettare catrame bollente sulla creatività, ma suonare in metro ha anche un significato simbolico. In inglese la metro si chiama underground: lo stesso nome della musica non commerciale e poi la metro rende bene il concetto che per sfondare bisogna partire dal basso. Noi partiamo da sotto terra, piantiamo il nostro semino e speriamo che sbuchi una pianta».
Insomma, anche Red Ronnie ha messo su un talent show sul genere di Amici o X-Factor. L'unica differenza è farlo in metro piuttosto che in Tv?
«È proprio il contrario. Noi andiamo a caccia di talenti, ad Amici o X-Factor cercano gente senza personalità. I Vasco Rossi o i Lucio Dalla del domani lì sarebbero scartati al primo turno».
Non crede nel potere di queste trasmissioni di mettere in luce doti artistiche o canore?
«In questi reality, la sfida è imporre ai ragazzi canzoni che loro non vorrebbero cantare, pensino brani che non sono nelle loro corde, giusto per il gusto di vedere come se la cavano. Per vincere bisogna mortificare la propria personalità, diventare attori più che artisti».
Però i nomi di Alessandra Amoroso, Valerio Scanu, Marco Carta ed Emma Marrone dimostrano che il successo arriva.
«Ma è un successo immediato e non garantisce nessun futuro. Per di più, questi ragazzi firmano contratti capestro che fanno guadagnare tanto i discografici, lasciando le briciole agli artisti».
E LiveMi in che cosa è diverso?
«Il nostro non è solo un pomeriggio di musica, ma una community on-line in cui le band sono promosse con un lavoro editoriale. Ogni settimana proponiamo nuove playlist e carichiamo le mie interviste video alle band. Poi, oggi che i dischi non li vendono più nemmeno i grandi nomi, noi puntiamo su iTunes garantendo ai gruppi contratti più vantaggiosi di quelli delle star».
Insomma, in Italia i dischi non si vendono e il successo arriva a patto che si rinunci alla propria personalità. Di chi è la colpa?
«In parte dei discografici. Solo un esempio: anni fa mi impuntai contro il parere di un'intera giuria per far vincere il Tim tour agli allora sconosciuti Negramaro, che subito dopo firmarono un contratto con la Sugar di Caterina Caselli. Il ragionamento per cui non avrebbero dovuto vincere era questo: sono sei, vengono da un posto sperduto come il Salento e portarli a promuovere i loro dischi a Milano ci costerebbe un patrimonio. È lì che ho pensato che la discografia italiana è messa proprio male».

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