Lady Gaga: genesi di un mito

27 aprile 2010 
<p>Lady Gaga: genesi di un mito</p>
PHOTO KIKA PRESS

Dalle «amiche» che dicevano «fai schifo» al mondo che l'adora. Oggi è la pop star più grande (sarà il 9 novembre a Torino e il 4 e 5 dicembre a Milano), ma arrivarci non è stato semplice.

 

Stefani Germanotta è cresciuta in un appartamento dell'Upper West Side di Manhattan. Suo padre gestiva un'azienda di impianti Wi-Fi, sua madre era funzionaria di una compagnia telefonica. Frquenta la  Sacred Heart, una piccola ed esclusiva scuola cattolica per sole ragazze.

Dopo la scuola lavorava: faceva la cameriera in un diner. Con i primi guadagni, comprò una borsetta Gucci.  A 11 anni iniziò a frequentare una scuola di recitazione. Verso i 14 anni si rese conto che la recitazione era anche un ottimo modo di incontrare ragazzi. Iniziò a proporsi per gli spettacoli che il Sacred Heart organizzava, e puntualmente si aggiudicava la parte da protagonista.

Le compagne per invidia giocavano sul suo cognome, chiamandola «The Germ», il germe. «Dicevano: che schifo, c'è il germe, è sporca», ricorda una di loro. Stefani mostrava già i primi segni della futura Lady Gaga: un po' melodrammatica, un po' spavalda, un po' viziata, ma sotto sotto brava ragazza.

Aveva iniziato a esprimersi attraverso le canzoni: fan dei Pink Floyd e dei Beatles, aveva fondato una cover band di rock classico; incise anche un demo di pezzi suoi, che i genitori distribuirono alla festa dei suoi 16 anni. Finito il liceo, si iscrisse alla Tisch School of the Arts, ma dopo pochi mesi disse ai genitori che non avrebbe continuato gli studi: sarebbe diventata una rockstar. Si trasferì in un appartamento nel Lower East Side, con un disco di Yoko Ono appeso sopra il letto.  Fondò la Stefani Germanotta Band, che registrava nel garage di un negozio di liquori del New Jersey.

Era ormai il 2007, e la New York «in» ascoltava il rock folk. Gaga invece scelse l'heavy metal, e si innamorò di Luc Carl, ventinovenne batterista. Nel 2009 la nuova lady Gaga coltiva un look androgino alla Liza Minnelli, copia gli abiti scintillanti delle drag queen. E «diventa » Andy Warhol, dagli occhiali a montatura nera alle parrucche, alla sua personale Factory (un gruppo di lavoro che chiama Haus of Gaga) alle pillole di saggezza: «Finora ho urlato e nessuno mi ascoltava, ora sussurro e tutti si avvicinano per sentirmi».

 

L'articolo completo su Vanity Fair n. 17/2010 in edicola da mercoledì 28 aprile

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