C'era un tempo in cui le copertine dei dischi si facevano
con un ritratto qualsiasi. Poi il «fratellino» di Lucio Battisti si
improvvisò fotografo. Esattamente 40 anni fa, usciva Emozioni.
Niente è più stato come prima. Poi è arrivato Cesare Monti e le
cose sono cambiate. Fotografo per caso, con lui e con altri artisti
«inventa» le copertine dei dischi e in un certo senso l'idea che il
cantante è anche un personaggio, non solo da ascoltare ma anche da
guardare. A quarant'anni dalla pubblicazione di Emozioni e
alla vigilia della mostra Lucio e gli altri, Cesare Monti
racconta così il suo Battisti.
Com'era il rapporto tra Battisti e la macchina
fotografica?
«La amava tantissimo, ma non nel senso di farsi fotografare: la
amava come fotografo. Si faceva prendere dalle passioni e poi
diventava esperto: faceva il falegname, l'idraulico. Faceva il
fotografo, e così rompeva le palle a me. Veniva con me in camera
oscura, e a comprare la carta per stampare. Come soggetto da
fotografare, però, era bravissimo: ne è la prova la foto di lui nel
fango (per la copertina di Lucio Battisti, la batteria, il
contrabbasso, eccetera, ndr). Gli ho fatto fare qualcosa come 400
salti. Diceva "ci ho il fisico", ma il giorno dopo aveva la
febbre».
Si piaceva, poi, nelle foto?
«Non gliene fregava niente».
Non era vanitoso?
«Si vestiva in modo selvaggio».
Il successo non l'aveva cambiato?
«Zero. Era di una generosità artistica incredibile. Ascoltava e
"aggiustava" i brani degli altri senza chiedere niente in
cambio».
Neppure i soldi l'avevano cambiato?
«C'è una leggenda che lo vuole tirchio. Io credo che conoscesse il
valore del denaro perché aveva avuto una vita molto faticosa. Solo
agli inizi si è concesso qualche lusso, ma era un po' una rivalsa
verso suo padre, che non credeva si potesse campare facendo
l'artista. Lui era un contadino, per lui avere "la terra" era
importante».
Foto: Cesare Monti
L'intervista completa su Vanity Fair n.21 in edicola
da mercoledì 25 maggio