Max Gazzè: «Il bello di essere mammo»

12 ottobre 2010 
<p>Max Gazzè: «Il bello di essere mammo»</p>
PHOTO MANFREDO PINZAUTI - LUZ PHOTO

È una croce tuareg a cui ho attaccato una spirale. Ossia, sono i simboli dell'incrocio tra le persone e dell'eterno ritorno. Ma è una lunga storia. C'è di mezzo la cosmogonia dei Sumeri...».

Ecco che cosa succede se chiedi a Max Gazzè che cos'è lo strano orecchino che gli penzola dall'orecchio sinistro. E si potrebbe continuare, finendo a parlare di cristianesimo e buddismo, cabala e massoni, perché Max, mi spiega a registratore ormai spento, studia da quindici anni i Rotoli del Mar Morto. Chiedo spiegazioni, lui glissa. «Magari la prossima volta, è davvero un altro discorso complicato».

Ne abbiamo infatti appena chiuso un altro, molto impegnativo, tanto che, in alcuni momenti, Max ha quasi le lacrime agli occhi. È il racconto della sua separazione, avvenuta qualche mese fa, mentre, tra l'album (Quindi?), i concerti (una settantina di date), il cinema (Basilicata coast to coast) e ora un musical (Jesus Christ Superstar), per lui tornava il grande successo dei suoi esordi da cantautore, i tempi di Cara Valentina, La favola di Adamo ed Eva, Vento d'estate.

 

Dopo Basilicata coast to coast, la rivedremo a breve, come attore, in Jesus Christ Superstar.
«Due ruoli agli antipodi. Nel film di Rocco Papaleo ero un contrabbassista che non parlava. Nel musical sono un Erode sopra le righe, un bambino viziato che chiede a Gesù di fare dei prodigi, per esempio di camminare sulle acque della sua piscina».

È vero che ha iniziato a recitare provando gli sketch dei Monty Python?
«Sono cresciuto a Bruxelles, frequentando la Scuola europea, con amici e compagni stranieri. Gli inglesi conoscevano a memoria gli sketch dei Monty Python, quelli della domenica sera sulla Bbc. Per divertirci rifacevamo quelle scenette di vero umorismo britannico. Poi ho fatto del teatro, e dei cortometraggi».

Come è stato selezionato per il personaggio di Erode?
«Massimo (il regista Piparo, ndr) mi ha chiamato perché mi vedeva bene nella parte di quel re sanguinario».

Nel senso che è un padre degenere?
«No, forse lui ha immaginato un Erode un po' dadaista. Io mi ritengo un buon padre. E sto migliorando».

In che senso?
«Quest'anno, purtroppo, mi sono separato. Questo mi ha cambiato la vita, e inevitabilmente è diverso anche il rapporto con i miei tre figli».

In che modo?
«Per esempio, devo prendere appuntamento per vederli, e questo è un po' straniante. Però il mio tempo con loro è migliorato molto: quando stiamo insieme io ci sono al 100%, stacco il telefono, non esiste altro. Le difficoltà sono solo pratiche: fare la spesa, andare a prenderli a scuola e il giorno dopo magari andare in tournée e fare le due di notte. Ma ora insieme passiamo un tempo di qualità, nulla è dato per scontato, faccio da papà e da "mammo", e non c'è nemmeno più la baby-sitter».

A chi sono affidati?
«Abbiamo scelto una separazione consensuale e un affidamento congiunto. Abbiamo cercato con un po' di buon senso di non creare conflitti, di rendere tutto più semplice, di non creare traumi ai bambini. Loro stanno con la madre in una nuova casa, mentre io sono rimasto nella casa in cui sono vissuti fino a ora, in modo che non ci fosse una doppia novità. È stato un trasloco a metà».

Quanti anni hanno?
«12, 10 e 5. Sono tre età diverse e quindi è anche difficile gestire le diverse esigenze: la dodicenne è già una ragazza e vuole andare a vedere Halloween 14, quella di cinque vuole andare sui "gonfiabili"… È difficile dedicare del tempo a ognuno di loro singolarmente e nel frattempo ricreare un nucleo familiare per noi quattro».

Qual è stato il momento più duro, quest'anno, per lei?
«Durante la fine della lavorazione del disco, proprio mentre mi separavo. Essendo stato in passato uno che ha abbandonato luoghi, persone e affetti, averlo subito, per una volta, è stato molto doloroso. Ho dovuto fare un grande sforzo nel concludere il disco, però poi è stato anche un bene avere tanto da fare perché mi ha distratto. Ora l'obiettivo è stare bene con i miei figli e cercare di avere un buon rapporto con la madre».

È una situazione che ha subito?
«La separazione è stata un grande dispiacere, non l'ho voluta io. Per me la famiglia è un'azienda, un nucleo, un meccanismo perfetto. Non essendoci grosse incompatibilità tra noi, e soprattutto avendo tre figli, sarei andato avanti. Magari ci saremmo separati più in là. Io avrei voluto cercare ancora di risolvere, anche se mi rendo conto che il tentativo assoluto e sfrenato di risolvere i problemi, alla lunga, anziché risolverlo, continua ad alimentare un problema. E a volte anche la tolleranza è nociva».

L'intervista completa sul numero 41/2010 di Vanity Fair, in edicola il 13 ottobre.

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RISULTATI
paola 46 mesi fa

Dal di fuori e' facile 'giudicare'...procrastinatore, prototipo del maschio che non cresce....Coesione, bei sentimenti, non prendere le cose alla leggera.....Io che mi sono separata 2 anni fa penso che le cose bisognerebbe viverle, indossare gli stessi pantaloni e le stesse scarpe...allora poi, forse, la visione delle cose sarebbe diversa. Chissa'! In bocca al lupo Max

valentina 74 mesi fa

finalmente uno che non prende le cose alla leggera!!!!!è più facile separarsi che sostenere la famiglia proprio quando i problemi sono tanti.è li la vera coesione,dove c'è sacrificio.bravo max.belle parole,bei sentimenti!

maancheno 74 mesi fa

Che discorso! Procrastinare l'inevitabile per avere una cuccia confortevole. Certi uomini non cresceranno mai.

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