Stefano Filipponi: «Quando mi vorrò bene»

12 ottobre 2010 
<p>Stefano Filipponi: «Quando mi vorrò bene»</p>
PHOTO FREDI MARCARINI - COURTESY OF VANITY FAIR

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Dalla grande porta di ingresso del loft dove vivono i ragazzi di X Factor 4, Stefano sbuca all'improvviso alle 10.40 del mattino. Che, a guardare la sua faccia, per lui oggi sono più o meno le 4 dell'alba («Di solito vado a letto presto, ma sono un agitato e stanotte non riuscivo proprio a prendere sonno»). Alto, jeans bianchi attillati e una maglietta grigia con le maniche arrotolate sulle spalle fa strada dentro quella che, nell'ultimo mese, è diventata casa sua e dei suoi compagni d'avventura. Che, a quest'ora, dormono tutti.

Nato a Macerata 22 anni fa, iscritto al terzo anno di Ingegneria edile-architettura, Stefano - come hanno visto e sentito tutti quelli che hanno seguito il talent show di Raidue - quando canta si lascia andare, ma quando parla ha un serio problema di balbuzie. Ci sistemiamo su due sedie da cucina, uno di fronte all'altro. Lui sta con le gambe serrate, con il dito indice spinge sul naso gli occhiali che tendono a scivolare, e ogni tanto dondola con il busto.

Come sta qui dentro?
«Bene. Ho legato più o meno con tutti, soprattutto con Davide. Lui mi sembra un fratello, stiamo bene insieme. Non c'è competizione fra noi. E poi, come cantanti, sono tutti insuperabili».

Da quando siete entrati non avete più contatti con l'esterno: che cosa pensa stia succedendo, là fuori?
«Non ne ho idea. Ma è meglio che non ci pensi: la cosa mi spaventa molto».

Ci provi.
«Non lo so, non riesco a immaginare le reazioni della gente. Per me è importante essere percepito come una persona sincera e di cuore. Tutto quello che la vita mi vorrà dare, lo accetterò con piacere».

I suoi genitori sono contenti di saperla qui nel loft?
«No. Speravano che non mi prendessero. Mia madre, soprattutto, non ha apprezzato per niente questa mia decisione. La mia famiglia ha un'idea un po' strana della Tv. A loro - ma anche a me - piace soprattutto spenta. Vedo pochi programmi, cose tipo Art News. Ai primi provini - a Senigallia, vicino a casa mia - non mi sono neppure iscritto io, l'hanno fatto per me gli amici del paese, Montefano (3.500 abitanti, in provincia di Macerata, ndr). Ci sono andato tanto per vedere come andava a finire e fare un'esperienza di vita».

Che ne pensa dei ragazzi che partecipano a reality come il Grande Fratello?
«Avranno i loro motivi per andarci, ma credo che nella vita ci siano altri modi per esprimersi. Lo studio, per esempio».

È studioso?
«Tanto, forse esagero anche. Penso di essere rimasto in casa un po' troppo. Pensi che al liceo studiavo giorno e notte. Ho avuto professori che mi interrogavano solo alla fine del quadrimestre perché gli facevo perdere tempo... Quelli sono stati anni molto duri».

Ha sempre sofferto di balbuzie?
«Ho cominciato a cinque anni, dopo una normalissima operazione alle tonsille. L'intervento andò bene, quindi la balbuzie non è legata a un problema fisico, ma forse traumatico. Non ricordo nulla, però».

Il canto è una passione di famiglia?
«No. Sono il solo a coltivarla. Ho iniziato da piccolo, cantavo da mattina a sera. I vicini ancora se lo ricordano. A 14 anni ho iniziato a studiare canto moderno, ma ho smesso a 18 perché avevo un'insegnante molto severa, anzi troppo severa».

Si spieghi meglio.
«Semplice. Cantavo ma ero sempre tesissimo, la voce non usciva. Per me era frustrante: già parlo con difficoltà, se non riuscivo a liberarmi nemmeno cantando era un disastro. Per fortuna mi hanno consigliato di studiare canto lirico, e ad Ancona ho trovato un'insegnante bravissima, che è diventata come una seconda mamma. Mi ha fatto ripartire dalle fondamenta. All'inizio mi diceva di cantare più  forte che potevo. Io non capivo. Poi mi sono messo a urlare, mi sono sciolto, e finalmente ho preso coscienza del mio strumento vocale».

Come ha reagito quell'insegnante quando ha saputo che avrebbe partecipato a X Factor?
«C'è rimasta male. Era perplessa. Poi le ho spiegato che per me questa, più che un'esperienza canora, sarebbe stata un'esperienza di vita. E ha capito».

E se da questa esperienza dovesse nascere una carriera?
«Io sono venuto qui per cantare, il mio sogno resta quello. Fare la pop star non mi interessa. Mi piace molto, però, l'idea di poter avere un pubblico che ascolti quello che ho da dire anche come persona. Cantare per me è un'esigenza espressiva fondamentale».

L'intervista completa sul numero 41/2010 di Vanity Fair, in edicola il 13 ottobre.

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