PHOTO FREDI MARCARINI - COURTESY OF VANITY FAIR
Nato a Caserta 26 anni fa, ma residente da vent'anni a Modena,
Nevruz Joku deve il suo nome particolare al padre, un batterista di
origine turca che però, dice, «è sparito quando avevo due anni». Il
concorrente più trash e sbrindellato di quest'edizione, quello che
ha attirato - nel bene e nel male - l'attenzione di tutti, si
presente all'intervista con in mano una gabbia per uccelli, gialla.
Ha un cappello rosso in testa, un camicione a scacchi, jeans
attillati.
X Factor è quasi finito:
soddisfatto?
«È stato fantastico. Ogni puntata ho sentito calore e sostegno dal
pubblico e dai
giudici. Che bello: prima mi ascoltavano in quattro gatti».
Chiuso nel loft vicino allo studio, ha mai scoperto lo
stress?
«Spesso. Lì dentro si vive in una specie di bolla, senza contatti
con l'esterno.
Aver comunicato quello che ho dentro è stato più importante che
fare bella figura
come cantante».
Cantare bene non le interessa?
«Se ci riesco, meglio. Ma non è la prima cosa che voglio
trasmettere».
Che cosa vuole trasmettere?
«Tutto. Però lo lascio interpretare a chi mi ascolta. Il mio
compito è esprimermi».
Concetti un po' vaghi.
«Questa è libertà».
Non teme di essere equivocato?
«Un po'. Forse per come mi presento. Però se mi si conosce meglio
si scopre
che sono una persona sensibile e dolce. Quando canto, invece, mi
trasformo e divento il messaggio della canzone. Insomma, posso
essere in mille modi: tranquillo e agitato. Sono multicolor. E
anche un po' rivoluzionario».
Rivoluzionario?
«Sì. Ma senza essere cattivo. Posso sembrare trasgressivo, ma
sono anche fragile. E in me c'è tanta poesia».
Tornando indietro, che cosa cambierebbe della sua
vita?
«Niente. Sono come il maiale: non si butta via niente di
Nevruz»
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