Rabi sono i mega-schermi, è vero. Però, vedere le facce che fa
il Vasco a pochi metri dal palco è un'altra cosa. E, magari,
acchiappare uno dei cappellini che lancia durante il concerto (ne
ho contati cinque), o la T-shirt che si sfila alla fine rimanendo a
torso nudo, non importa se meno tonico di quello del suo
chitarrista Stef Burns. Il modenese Vasco Rossi, 57 anni compiuti a
febbraio, è tornato a cantare nei palasport. Non lo faceva dal
1996: troppo piccoli per uno che, a partire da San Siro nel 1990,
riempie gli stadi «Ma di aspettare giugno mi ero stufato, al chiuso
posso suonare quando mi pare», spiega. Le faccette, Vasco Rossi le
fa anche durante l'intervista. Che andrebbe scritta completa di
«emoticon» fatti apposta per lui: quello «che ci sto a fare qui»,
quello «mica dico sul serio», quello «in fondo mi sembra che mi
capisci», per finire con quello «meglio che me ne vada», con il
quale ha scelto di sostituire i saluti di commiato di noi comuni
mortali. Vasco è uno dei musicisti più citati nei libri ed è uno
dei musicisti su cui si sono scritti più libri (compreso un paio
del bolognese Enrico Brizzi, vedi a pag. 173). L'ultimo, appena
uscito, è un volume di quiz come quelli per i concorsi: Vasco
Rossi a test, di Marzio Angiolani.
Ho studiato anch'io e mi sono resa conto che trent'anni
fa nella sua vita sono accaduti tanti fatti importanti. Intanto, il
suo primo concerto, a Bologna.
«Nato come uno scherzo, una sfida di Bibi Ballandi
(produttore italiano, tra gli altri di Celentano, Morandi e
Fiorello, ndr). "Ti ho organizzato un concerto in piazza
Maggiore con il gruppo che suona con Dalla", mi disse. Peccato che
due, tre giorni prima arrivò la notizia che il gruppo non c'era. A
quel punto, mettemmo insieme una band al volo, nella cantina di
Bibi. Una roba da incoscienti: davanti alla gente che c'era in
quella piazza mica potevi suonare quello che ti pareva. E, invece,
andò bene. Il secondo concerto fu ancora più da incoscienti. Lo
organizzò sempre Bibi alla festa delle radio libere dell'Emilia.
Non so che cosa si sentisse giù, ma noi sul palco avevamo le facce
così convinte che andò benissimo».
In quanto fondatore, nel 1975, di Punto Radio, era nel
suo ambiente.
«Ma nel 1979 l'avevamo già venduta».
Un affare?
«Più che altro avevamo fatto un mucchio di debiti.
Settanta milioni che, siccome eravamo in dieci, facevano sette a
testa. Non tenevamo mica i conti».
A chi vendeste i vostri debiti?
«Al Pci. Pensando che a fare la radio saremmo comunque
rimasti noi».
E invece?
«Mi esclusero dalla direzione artistica. Finii a
costruire i loro studi di Bologna come muratore a ottomila lire
l'ora».
Torniamo ai concerti. Il primo e il secondo tutto bene.
Poi?
«Ci fu il terzo, a Vicenza. Di fianco al palco c'era un
bar con dei ragazzi seduti fuori. Non ci cagavano, finché, a un
certo punto, hanno cominciato a fare le freccette di carta e a
tirarcele. La notte, mentre tornavo a casa, mi salì una rabbia
enorme. Mi dissi: "La prossima volta che qualcuno mi disturba o mi
prende in giro, scendo e faccio a botte". Da allora è cominciata la
guerra».
Ovvero?
«Ho preso anche la gente per il collo. Però era tutto
rock, nel senso che mentre mandavo via i facinorosi, continuavo a
cantare. Studiavo pure le scalette apposta perché non avessero il
tempo di aprire bocca: niente canzoni lente».
Sempre nel 1979 partì per il militare.
«A 18 anni avevo fatto domanda per entrare nei
paracadutisti. Pensavo che se fossi stato in grado di buttarmi da
un aereo avrei dimostrato di avere il controllo su me stesso. Poi,
però, mi sono iscritto all'università e ho cominciato a chiedere i
rinvii. Quando arrivò la cartolina, stava iniziando l'avventura,
non potevo perdere il momento buono».
Si era iscritto a Pedagogia. Perché?
«Prima a Economia e commercio per far contento mio padre.
Io avrei voluto fare il Dams. "Economia, sennò a lavorare", mi
disse lui. All'inizio studiavo come un pazzo. Se la tua famiglia
era povera ed eri in pari con gli esami ti davano 500 mila lire
all'anno. Si chiamava "presalario", e io ci compravo la moto.
Finché un giorno a mio padre dissi: "O vado a lavorare o mi fai
fare quello che mi va". Volevo diventare psicologo. Ma il corso di
studi a Bologna non c'era, così mi iscrissi a Pedagogia».
CONTINUA