Vasco Rossi: La vita non è un dono

04 novembre 2009 
<p>Vasco Rossi: La vita non è un dono</p>
PHOTO KIKA PRESS

Rabi sono i mega-schermi, è vero. Però, vedere le facce che fa il Vasco a pochi metri dal palco è un'altra cosa. E, magari, acchiappare uno dei cappellini che lancia durante il concerto (ne ho contati cinque), o la T-shirt che si sfila alla fine rimanendo a torso nudo, non importa se meno tonico di quello del suo chitarrista Stef Burns. Il modenese Vasco Rossi, 57 anni compiuti a febbraio, è tornato a cantare nei palasport. Non lo faceva dal 1996: troppo piccoli per uno che, a partire da San Siro nel 1990, riempie gli stadi «Ma di aspettare giugno mi ero stufato, al chiuso posso suonare quando mi pare», spiega. Le faccette, Vasco Rossi le fa anche durante l'intervista. Che andrebbe scritta completa di «emoticon» fatti apposta per lui: quello «che ci sto a fare qui», quello «mica dico sul serio», quello «in fondo mi sembra che mi capisci», per finire con quello «meglio che me ne vada», con il quale ha scelto di sostituire i saluti di commiato di noi comuni mortali. Vasco è uno dei musicisti più citati nei libri ed è uno dei musicisti su cui si sono scritti più libri (compreso un paio del bolognese Enrico Brizzi, vedi a pag. 173). L'ultimo, appena uscito, è un volume di quiz come quelli per i concorsi: Vasco Rossi a test, di Marzio Angiolani.

Ho studiato anch'io e mi sono resa conto che trent'anni fa nella sua vita sono accaduti tanti fatti importanti. Intanto, il suo primo concerto, a Bologna.
«Nato come uno scherzo, una sfida di Bibi Ballandi (produttore italiano, tra gli altri di Celentano, Morandi e Fiorello, ndr). "Ti ho organizzato un concerto in piazza Maggiore con il gruppo che suona con Dalla", mi disse. Peccato che due, tre giorni prima arrivò la notizia che il gruppo non c'era. A quel punto, mettemmo insieme una band al volo, nella cantina di Bibi. Una roba da incoscienti: davanti alla gente che c'era in quella piazza mica potevi suonare quello che ti pareva. E, invece, andò bene. Il secondo concerto fu ancora più da incoscienti. Lo organizzò sempre Bibi alla festa delle radio libere dell'Emilia. Non so che cosa si sentisse giù, ma noi sul palco avevamo le facce così convinte che andò benissimo».

In quanto fondatore, nel 1975, di Punto Radio, era nel suo ambiente.
«Ma nel 1979 l'avevamo già venduta».

Un affare?
«Più che altro avevamo fatto un mucchio di debiti. Settanta milioni che, siccome eravamo in dieci, facevano sette a testa. Non tenevamo mica i conti».

A chi vendeste i vostri debiti?
«Al Pci. Pensando che a fare la radio saremmo comunque rimasti noi».

E invece?
«Mi esclusero dalla direzione artistica. Finii a costruire i loro studi di Bologna come muratore a ottomila lire l'ora».

Torniamo ai concerti. Il primo e il secondo tutto bene. Poi?
«Ci fu il terzo, a Vicenza. Di fianco al palco c'era un bar con dei ragazzi seduti fuori. Non ci cagavano, finché, a un certo punto, hanno cominciato a fare le freccette di carta e a tirarcele. La notte, mentre tornavo a casa, mi salì una rabbia enorme. Mi dissi: "La prossima volta che qualcuno mi disturba o mi prende in giro, scendo e faccio a botte". Da allora è cominciata la guerra».

Ovvero?
«Ho preso anche la gente per il collo. Però era tutto rock, nel senso che mentre mandavo via i facinorosi, continuavo a cantare. Studiavo pure le scalette apposta perché non avessero il tempo di aprire bocca: niente canzoni lente».

Sempre nel 1979 partì per il militare.
«A 18 anni avevo fatto domanda per entrare nei paracadutisti. Pensavo che se fossi stato in grado di buttarmi da un aereo avrei dimostrato di avere il controllo su me stesso. Poi, però, mi sono iscritto all'università e ho cominciato a chiedere i rinvii. Quando arrivò la cartolina, stava iniziando l'avventura, non potevo perdere il momento buono».

Si era iscritto a Pedagogia. Perché?
«Prima a Economia e commercio per far contento mio padre. Io avrei voluto fare il Dams. "Economia, sennò a lavorare", mi disse lui. All'inizio studiavo come un pazzo. Se la tua famiglia era povera ed eri in pari con gli esami ti davano 500 mila lire all'anno. Si chiamava "presalario", e io ci compravo la moto. Finché un giorno a mio padre dissi: "O vado a lavorare o mi fai fare quello che mi va". Volevo diventare psicologo. Ma il corso di studi a Bologna non c'era, così mi iscrissi a Pedagogia».

CONTINUA

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