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Giacca con collo di peluche, T-shirt, leggings neri, scarpe da
ginnastica, piercing al naso, canino fasciato d'oro «perché mi
sento gangster», mani pasticciate di pennarello nero, Ke$ha sta con
la schiena appoggiata a un bracciolo della poltrona e gambe
accavallate sull'altro, scomposta come solo una sedicenne sa
essere, perché Ke$ha, anche se di anni ne ha 23, ha ancora i vezzi
- strizzatine di occhi, faccette, fossette, sorrisetti,
schiocchetti di lingua - di una che ha appena smesso di essere una
bambina.
Animal, il suo album d'esordio, uscito lo scorso
gennaio, ha venduto 2 milioni di copie e ha trasformato la sua vita
in un batter di ciglia: «buio pesto-nessuno mi capisce» prima,
«rosa luccicoso-sono una star» subito dopo.
Due dischi, un tour, un successo mondiale. Tutto in meno
di 12 mesi.
«Un anno pazzesco, pieno di cose selvagge».
Tipo?
«Salire su un aereo, cantare due canzoni, riprendere un aereo e
tornare a casa. Incontrare un ragazzo che si è fatto tatuare la mia
faccia».
Rituali da tour?
«Prima di salire sul palco, le ballerine e io ci cospargiamo di
crema e di glitter e ci diamo il cinque battendo i culi invece
delle mani».
Lei per i brillantini ha una vera e propria fissazione.
Da dove arriva?
«Li adoro fin da quando avevo tre anni. Ci vogliono giorni per
levarteli dalla pelle, e ogni volta che tocchi qualcuno gliene
lasci un po' addosso: è il mio modo per marchiare il
territorio».
Nelle sue canzoni parla di uomini in modo piuttosto
esplicito. Le piace la parte della bad
girl?
«Parlo degli uomini esattamente come gli uomini parlano delle
donne. Lo faccio in modo ironico, ma la gente prende tutto sul
serio. Io voglio solo far ballare e far divertire le persone».
L'intervista completa la troverate sul numero 49 di
Vanity Fair, in edicola dall'8 dicembre