Dalla e De Gregori: «Non sentirsi per 30 anni e rimanere amici»

18 giugno 2010 
<p>Dalla e De Gregori: «Non sentirsi per 30 anni e rimanere
amici»</p>

Il camerino di Lucio Dalla è all'ingresso del backstage. La porta è aperta, dentro, in 8 metri quadrati, ci sono dieci persone, un tavolo con cibi e bevande e la nebbia. Fumano tutti, fan venuti a salutarlo, l'inseparabile attore Marco Alemanno, la suggeritrice, qualche musicista.

Il camerino di Francesco De Gregori è l'ultimo, in fondo. Mentre ci si arriva i rumori si dissolvono. La porta è chiusa. Dentro, nessuno. Un divano ricoperto da velluto blu, una giacca nera e un cappello. Sul tavolino, un calice di vino rosso.

Dalla e De Gregori sono come i loro camerini, mondi opposti. Uno, Dalla, ha appena cambiato la suoneria del cellulare, da quella che fischia e che poi urla: Taxiii!, a quella del cane che abbaia. L'altro, De Gregori, ha, da sempre, la suoneria standard dei cellulari Nokia, distorta sul finale. Uno viaggia con le scarpe da ginnastica spaiate, al piede sinistro ne ha una rossa e al destro una blu. L'altro indossa mocassini bianchi. Uno fuma una sigaretta dietro l'altra (ma dice che non aspira), l'altro ha smesso da 8 anni. Uno controlla se suona tutto, l'altro dice che ora fa solo il cantante. Uno dice che non suda neanche, l'altro beve acqua di continuo. Uno dopo il concerto va a cena e fa le tre di notte, l'altro va a dormire. Uno parla senza sosta, l'altro ascolta. Uno chiama l'altro Francesco, l'altro lo chiama Dalla. Uno se gli dai del «signore» si incazza, l'altro ringrazia.

Eppure, nonostante trovare le differenze, con loro, sia facilissimo, stanno per portare nei luoghi più belli d'Italia, dall'Arena di Verona al teatro greco di Taormina, uno spettacolo che funziona a meraviglia: Dalla De Gregori Work In Progress in cui ricantano una trentina di loro successi, però scambiandosi le parti e condividendo i musicisti: De Gregori canta Com'è profondo il mare, ad esempio, e Dalla canta La Leva calcistica. E non sembra mai strano, anzi. Qualcuno lo avrà visto, a Milano e a Roma, nella prima parte del tour, tutto esaurito, a maggio. È magico quello che succede sul palco: sembra che i due non abbiano fatto altro che esibirsi insieme da quando, nell'estate del 1979, portarono per gli stadi d'Italia il Banana Republic Tour.

Gli amici artisti come hanno reagito alla notizia della vostra «reunion»?
D.G.:«Molti sono venuti a vederci e ci hanno fatto i complimenti: Ligabue, Biagio Antonacci, Luca Carboni, Paola Turci, Enrico Ruggeri, Ornella Vanoni. Io credo che la cosa susciti curiosità fra i nostri colleghi e anche apprezzamento, perché le novità fanno sempre bene alla musica. Il clima è bello sul palco, non solo per l'esecuzione musicale che pur credo sia vicina all'impeccabilità, ma in questo reale scambio di sentimenti e di intelletti, siamo più didue colleghi bravi a mettersi insieme».

D.: «E non suonavamo insieme da decenni davvero. Al concerto di Solferino, il 24 giugno 2009, erano esattamente 30 anni dalla prima data di Banana Republic a Savona. Una coincidenza che ci ha colpito molto entrambi».

In questi 30 anni come vi siete tenuti in contatto?
D.G.: «Non abbiamo mai più lavorato insieme. C'eravamo incrociati casualmente in qualche palco. Non è che avessimo litigato, semplicemente non ci sono state più occasioni che avessero un senso...».

D.: «Beh, ci eravamo detti, alla fine di Banana Republic, che avremmo fatto solo una cosa bella, non robe fritte».

E il rapporto personale?
D.: «Limitato a un "ciao", ogni tanto».

D.G.: «Diciamo che come i veri amici non abbiamo avuto bisogno di sentirci tutti gli anni».

Quanto siete in sintonia sulle questioni extra-musicali?
D.G.: «Non lo so. Credo che, da versanti diversi e da età diverse anche se siamo arrivati a conclusioni simili. Non parliamo di Berlusconi o del Partito Democratico. Mi sembra però, a naso, che difficilmente, in momenti decisivi, potremmo trovarci da due parti diverse, l'istinto mi dice che fondamentalmente ragioniamo allo stesso modo, abbiamo la stessa onestà intellettuale».

D.: «Sì ma io lui non lo sopporto...».

D.G.: «Io sopporto invece tutto di Dalla, mi piace. Anche nella differenza. Io sono silenzioso, lui è ipercinetico...».

D.: «Lui è alto, io sono 1,60. Credo che sia il motivo per cui il tour  funziona, le nostre diversità. Pensa che noia vedere una squadra di basket o un gruppo di nani nel circo».

L'intervista completa la trovate sul numero 25 di Vanity Fair, in edicola il 23 giugno.

ASCOLTA L'AUDIO DALLA-DE GREGORI: «LA NOSTRA REUNION»

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