La musicista, artista e performer (nonché compagna per 16 anni,
e moglie da due, dell'ex dannato del rock Lou
Reed) ha appena compiuto, il 5 giugno, 63 anni. Ma in
questo momento, con la luce alle spalle, non sembra molto diversa
da quando, nel 1980, cantava O Superman, la canzone che la
fece conoscere al grande pubblico e finì al secondo posto della
classifica dei singoli più venduti in Inghilterra. Un successo
inaspettato per un'artista sperimentale molto snob (per sua stessa
ammissione), inventrice di nuovi strumenti, come il tape-bow
violin, un violino con un nastro magnetico sull'archetto, e
così tecnologicamente raffinata da essere stata scelta, nel 2002,
come prima «artista residente» alla Nasa.
Una curiosità: ma perché vi siete sposati dopo 16 anni
insieme?
«Eravamo in California, stavamo passeggiando e io gli
raccontavo di tutte le cose che non avevo mai fatto in vita mia.
"Ci sono così tante esperienze che vorrei vivere, per esempio
trascorrere un anno a Roma, imparare il tedesco, studiare fisica,
sposarmi. È capitato di parlarne, ma non abbiamo mai deciso di
farlo", dissi. "Che ne dici di domani?", domandò lui. E così il
giorno dopo ci siamo sposati. È stato un matrimonio impulsivo fra
due persone che stavano insieme da tantissimi anni. Una cosa
totalmente diversa da quella che può essere un'unione fra due
persone che si conoscono da un mese, da un anno o anche da cinque.
Così diversa che bisognerebbe chiamarla con un altro nome».
Pensavo alla canzone di Lou Reed,
Perfect Day. Il vostro giorno
perfetto com'è? «Non vorrei che suonasse come un cliché,
ma per me ogni giorno è perfetto. Anche se le cose non vanno bene,
anche se sono infelice. Trovo che la sofferenza sia, comunque,
interessante, e cerco di fare tesoro persino delle giornate noiose.
Col tempo, ho imparato a non distinguere tra giorni buoni e
cattivi. Non metto in fila i miei giorni perfetti come una
collezione di farfalle».
L'intervista completa su Vanity Fair n.25/2010 in
edicola da mercoledì 23 giugno