«il cantante più bravo del mondo». Era il 2005 quando, sul palco
del Live8 di Londra, Chris Martin così presentò Richard
Ashcroft. Aggiungendo che era sempre lui l'autore della
più bella canzone mai scritta: Bitter Sweet Symphony, del
1997, contenuta appunto in Urban Hymns, l'album più famoso
dei Verve, di cui Ashcroft era all'epoca frontman.
Da allora, i Verve si sono divisi e riuniti tre volte: l'ultimo
scioglimento ad agosto 2009. A neanche un anno di distanza,
Ashcroft, inglese di Wigan, a mezza strada tra Liverpool e
Manchester, un passato di droga e depressione, un presente di
marito (di Kate Radley, musicista anche lei) e padre (di Sonny, 10
anni, e Cassius, 6), torna con un singolo (Born Again, dal 25
giugno in radio), un album (The United Nations Of Sound,
esce il 20 luglio) e una nuova band, Rpa &The United Nations of
Sound. Band che ha iniziato a collaudare con un mini tour europeo,
partito il 5 giugno da Ancona
Qual è, secondo lei, il segreto di una canzone ben
riuscita?
«Il fatto di porre domande - chi sono? che cosa siamo? - senza
dare risposte: così, chi si innamora di una mia canzone riesce
facilmente a farla propria».
Anche la prima traccia di The United Nations Of Sound
finisce con un interrogativo: Are you ready?
«Tutto l'album è incentrato sulla ricerca dell'anima. La mia, ma
anche quella della musica americana: molte persone che hanno
collaborato al disco hanno esperienze nell'R&B o, come Benjamin
Wright (già leggendario collaboratore di Michael Jackson e Aretha
Franklin, ndr) che ha curato gli arrangiamenti, appartengono a una
generazione diversa, quella della musica nera. Vedere lavorare
assieme ragazzi e ultrasettantenni è stato stimolante: alcuni dei
brani li tenevo nel cassetto da dieci anni e solo con loro mi sono
sentito pronto a tirarli fuori».
Anni fa la stampa inglese l'aveva ribattezzata «Mad»
Richard, il ragazzaccio. Oggi ha messo la testa a
posto?
«Non saprei, anche perché chiunque etichetti come mad un'altra
persona dovrebbe poi riuscire a spiegare in che cosa consista
questa "insanità". Nessuno può dirsi mentalmente sano su questa
Terra».
È ancora amico dei fratelli Gallagher?
«Sono rimasto in buoni rapporti con entrambi, e sono curioso di
vedere che cosa riserverà loro il futuro. Certo, mi dispiace che i
fan abbiano sofferto per lo scioglimento degli Oasis, ma stare in
una band è innaturale, a meno che non si continui ad avere
diciassette anni in eterno».
Ha scelto di far partire questo tour dall'Italia. Da
tifoso del Manchester United, non ce l'ha un po' di risentimento
verso noi italiani?
«Quest'anno, in effetti, dietro le nostre disfatte c'è sempre
stato il vostro zampino. Abbiamo perso il campionato per colpa del
Chelsea di Ancelotti, e in Champions, quando siamo stati eliminati
dal Bayern Monaco, arbitrava un italiano (Rizzoli, ndr). Io però
tengo separati lavoro e fede calcistica, altrimenti dovrei suonare
solo a Manchester».
L'intervista completa su Vanity Fair n.25 in edicola da mercoledì 23
giugno