Stanze disposte a circoli concentrici, collegate da corridoi e
anticamere: questo è il mondo. E nella stanza al centro di tutte
quelle stanze, Madonna siede sola, indosso un abito bianco, a
sognare l'Africa. Per raggiungerla, attendi un segno. Ma quando il
segno arriva, devi sbrigarti. Un momento sei in Connecticut a casa
tua e il momento successivo, trascinato da una forza più grande di
te, ti ritrovi in macchina sull'autostrada, a sfrecciare davanti a
città ancora addormentate. Perché, come ogni pellegrino, parti
prima dell'alba. Come ogni pellegrino, ti togli le scarpe (per
attraversare i controlli di sicurezza all'aeroporto). Come ogni
pellegrino, leggi e rileggi (sull'aereo per Los Angeles) i testi
sacri: interviste e recensioni, le prime pubblicate nei primi anni
Ottanta, le più recenti appena un secondo fa, che formano una sorta
di documento storico, il Vangelo di Madonna.
La storia, più o meno, è sempre la stessa, quasi un capitolo di
folklore americano. La ragazza dei sobborghi di Detroit. I primi
anni in Paradiso, quando la mamma era giovane e viva, con ricordi
che lei definisce «belli e sgranati come vecchie foto». Poi la
tragedia, la ferita che non guarisce mai, la morte di sua madre
per
un cancro al seno quando Madonna ha solo sei anni. I giorni
vuoti, afflitti da sogni tormentati. «Provi una sensazione di
abbandono», mi spiega. «I bambini pensano sempre di aver fatto
qualcosa di sbagliato quando i loro genitori spariscono».
E poi il secondo matrimonio del padre, la matrigna, il lavoro
ingrato, perché è la più grande degli otto bambini di quella casa,
e perciò deve aiutare gli adulti − lavando, asciugando e cambiando
pannolini − quando è ancora piccola lei stessa.
Segreti e desideri, la vita davanti allo specchio, gli anni
della scuola superiore, dove lei - bellissima, ma un po' punk e
strana - fatica a integrarsi: «Non rientravo nel gruppo delle
ragazze popolari. Mi consideravano una hippie o una drogata,
comunque una persona stramba. Ero appassionata di danza e di musica
classica, e per questa mia "diversità" i ragazzini sapevano essere
molto cattivi. Ma invece di subire, decisi di accentuare le cose
che mi rendevano diversa.
Non mi depilavo le gambe, mi facevo crescere i peli sotto le
ascelle. Mi rifiutavo di truccarmi, di adeguarmi all'idea
convenzionale di una ragazza carina. Perciò venivo perseguitata
ancora di più, e questo di riflesso rafforzava il mio senso di
superiorità, mi aiutava a sopravvivere. "Presto o tardi me ne andrò
di qui", pensavo. "Tanto sono tutti trogloditi in questa scuola:
non sanno neppure chi sia Mahler!"».
Nella danza Madonna trova rifugio. Si iscrive all'Università del
Michigan per studiarla, ma solo un anno, poi scappa a New York.
L'ascesa alla celebrità è rapidissima. Nel 1983 - 25 anni fa - esce
il primo disco e, di lì a un anno, ogni ragazzina di ogni scuola di
ogni Paese vuole essere come lei, dalle smorfie sguaiate ai guanti
di pizzo. Un insider del mondo musicale, intervistato nel 1985 su
Time, sentenzia: «Cyndi Lauper durerà a lungo. Madonna,
invece, sparirà dalla circolazione nel giro di sei mesi». Di tutte
le sacre letture, è la frase che preferisco.
Atterro a Los Angeles, aspetto bagagli e intanto sfoglio il
New York Post. Eccola, in una foto del giorno prima:
Madonna in questo stesso aeroporto, in braccio David, il figlio di
due anni e mezzo adottato nel Malawi nel 2006, le macchine
fotografiche a pochi centimetri dal viso. «I paparazzi sono ormai
fuori controllo», mi dirà più tardi. «Non venivo a Los Angeles da
un po'. In Inghilterra si tengono un po' a distanza, perché lì è
illegale fotografare i minori. Ma qui non gliene importa niente se
spaventano i tuoi bambini. È cambiata, la celebrità: c'è un mercato
talmente grande, tra riviste, Tv e Internet, che è aumentato in
modo esponenziale il numero di persone pronte a darti la caccia. E
siamo stati noi a creare il mostro».
Dall'aeroporto mi portano a Century City. Entro nel moderno
palazzo della CAA, l'agenzia che la rappresenta, e lì mi fanno
sedere in una sala di proiezione deserta. Le luci si abbassano e,
per novanta minuti, guardo un documentario scritto e prodotto da
Madonna, I Am Because We Are («Io sono perché noi siamo»,
come recita un proverbio africano), che dopo la prima newyorkese al
Tribeca Film Festival, verrà presentato a Cannes. Racconta il
Malawi, una piccola nazione dell'Africa sub-sahariana senza sbocchi
sul mare, devastata dall'Aids, piena di orfani, un mondo senza
adulti che è diventato la grande causa della vita di Madonna.
CONTINUA