Il suo mantra recita: «È sempre meglio adesso». Lo ripete mentre
l'auto in riserva viaggia nella campagna toscana per andare in
soccorso di un amico che ha distrutto l'auto a Scandicci. Deve
avere un congegno nell'autoradio per intercettare le stazioni che
trasmettono la sua ultima canzone, Fango, perché facciamo
chilometri e da Rds a Radio Incontri («quella del parroco di
Cortona») è sempre la stessa musica: «Io lo so che non sono solo
anche quando sono solo». Buffo, c'è Jovanotti che canta nella radio
e c'è Lorenzo Cherubini che batte il ritmo sul volante e accompagna
se stesso tutto contento, come uno che ascolta una canzone che gli
piace.
Affondiamo le colline nel retrovisore, scendiamo verso la notte e
il casello, c'è un traffico che impone ritardi, la sua compagna lo
avverte che a casa si è rotto il riscaldamento, l'amico dall'area
di servizio sollecita con gentilezza e qualche allarme.
È sempre meglio adesso?
«Sì».
Va bene, ma mi racconti come era
cominciata?
«Roma, 1966. Nasco terzo figlio, che è già un vantaggio, perché
sui primi i genitori esercitano più controllo, hanno più speranze,
dopo abbassano la guardia e così sono stato più libero».
Padre severo?
«No, benché una specie di poliziotto, una guardia
vaticana. Sono cresciuto con la Radio Vaticana nel citofono, nel
telefono, perfino al frigorifero, in una stanza che alla finestra
aveva il cupolone, ho toccato un Papa, mio padre ci ha
viaggiato».
Tornava con racconti di meraviglie e
miracoli?
«Mah, aveva accesso ai regali che il Papa scartava. A un certo
punto, la casa ha cominciato a riempirsi di maschere africane. Poi
è andato in Sudamerica e al ritorno mi ha detto che il Papa aveva
ricevuto due pappagalli brasiliani, che erano enormi e se guardavo
la finestra li avrei visti volteggiare su San Pietro. L'ho fatto
per ore, giorni, niente».
O era una metafora dello Spirito Santo o tuo padre è un
burlone.
«È un grande affabulatore, ha un talento per narrare e sa
farsi credere. Andò in Asia e al ritorno disse che mi aveva
comprato una spada da samurai, ma siccome non poteva imbarcarla in
aereo, l'aveva spedita. Me la descrisse, vedevo la lama lucente, mi
faceva sentire il sibilo dei fendenti, diceva che quando colpiva
faceva una scintilla, così, zip. Io
l'ho aspettata, aspettata...».
Ammettilo, c'è una parte di te che ancora si aspetta che il
postino un giorno bussi con un pacco e dentro c'è la spada del
samurai: non è questa la fede che stava cercando di insegnarti tuo
padre?
«Lui era molto devoto al Papa, io preferisco San Francesco, dà più
gioia».
Tu e tuo padre siete un raro caso di maschi appartenenti a
generazioni diverse che si parlano?
«In realtà stiamo riuscendo a farlo soltanto adesso. Da
quando lui si è ammalato. Lo accompagno a fare la chemioterapia, lo
riporto a casa, lui tira fuori un sacco di cose. Sta reagendo,
molto bene anche. E gli è venuta una specie di adrenalina da
quando, due mesi fa...».
Ci fermiamo al distributore. Il benzinaio riconosce Jovanotti, ma
dopo uno slancio di allegria si frena. Dice: "Condoglianze, mi è
dispiaciuto molto per suo fratello". Lui ringrazia, gli stringe la
mano, sorride, saltella dentro l'auto.
«... Umberto era il fratello grande, diciannove anni nella stessa
camera. Era quello straordinario, quello cristiano, quello che
scrisse nel tema: "Amo Dio e gli uomini". È morto con l'aereo,
incredibile, non facevamo che parlarne, ero diventato anch'io un
esperto di incidenti aerei a forza di chiedergli: "Come fa un aereo
ad andare giù?". Poi il suo aereo è andato giù...».
CONTINUA