Beppe Fiorello: «Cara, vecchia onestà»

18 gennaio 2010 
<p>Beppe Fiorello: «Cara, vecchia onestà»</p>

«La fiction italiana può assumere su di sé la funzione civile che un tempo è appartenuta al teatro». A dirlo è Beppe Fiorello, uno dei più apprezzati attori della televisione e del cinema italiano e in questi giorni protagonista, al fianco di Andrea Osvart e Lando Buzzanca, della miniserie Lo scandalo della banca romana di Stefano Reali, in onda in prima serata su Rai uno.
Due puntate per raccontare la storia del primo crak finanziario in Italia, tra il 1889 e il 1893, quando il fallimento di alcune banche degenerò in una crisi della moralità politica. Fiorello è Mattia, un giornalista siciliano che si trasferisce a Roma per lavorare in un grande giornale: farà carriera velocemente, ma a prezzo della sua onestà.

Nel film interpreta un giornalista. Qual è il suo rapporto con la stampa?
«Un rapporto di amore e odio perché a volte i giornalisti trasformano quello che dico. Capisco la necessità della provocazione, ma non accetto chi scavalca l'onestà intellettuale dell'intervistato».

Perché vale la pena di seguire questa miniserie?
«Per il piacere di indignarsi osservando le radici del nostro Paese e per far sì che la storia non si ripeta. Oggi ci stupiamo di fatti di cronaca recenti, di intrallazzi tra economia e politica, di banche che crollano e di piccoli risparmiatori sul lastrico: più di cento anni fa tutto ciò era già accaduto, eppure non abbiamo imparato niente. Dovrebbero guardarla soprattutto i politici».

C'è un modo per sconfiggere la corruzione?
«La corruzione si può chiamare mafia o si può chiamare sistema, ma ci sarà sempre, è nel Dna umano. Il rimedio sta nel cercare di essere corretti nelle piccole cose di ogni giorno: per me corruzione è anche evitare la fila alle Poste perché un amico ti fa passare da dietro. Dobbiamo essere d'esempio ai nostri figli per educarli».

E i suoi, di figli, la guardano in Tv?
«Non guarderanno questa serie: sono ancora troppo piccoli e non capirebbero. Dei miei film hanno visto solo Giuseppe Moscati, perché lui era di una grandezza umana incomparabile e amava tanto i bambini. Sono impazziti, ma più per il personaggio che per il fatto di aver visto per la prima volta il papà in Tv».

C'è un ruolo cui è particolarmente legato?
«Li amo tutti, ma mi sta particolarmente a cuore Pietro Campagna, di cui ora sono grandissimo amico».

Perché?
«Perché in quel caso abbiamo ridato giustizia a una famiglia che la attendeva da un quarto di secolo. Ne vado fiero. E' la prova del fatto che il nostro lavoro può avere conseguenze reali sulla vita delle persone, quella funzione civile che prima apparteneva al teatro».

C'è un ruolo che le piacerebbe interpretare?
«Quello di una rock star».

Diretto da un regista in particolare?
«Non lo dirò mai perché sembrerebbe un appello a farsi chiamare. Però ho già realizzato un sogno: fare Baaria con Giuseppe Tornatore».

Nella sua carriera ha sempre interpretato il "buono". Poi Edoardo Winspeare le ha dato l'occasione di fare il "cattivo" in I galantuomini. Com'è andata?
«Edoardo èL'ero un principe d'altri tempi oltre che un regista di talento e, mi permetto di dire, un grande amico. Mi ha scelto per caso, anzi all'inizio non era nemmeno convinto perché io vivo nello stereotipo dell'eroe positivo. L'ho convito dicendogli che ogni uomo ha dentro di sé un Dio e un assassino, e io sono pur sempre un attore».

Dev'essere andata bene visto che sarà anche il protagonista del suo prossimo film...
«Non è ancora ufficiale, ma dovrei essere un cialtrone che fa le televendite in Tv. Gireremo nel Leccese la prossima primavera».

Quando la rivedremo in Tv?
«Presto. Sarò Tonino Barone, un operaio sorteggiato per far parte della giuria popolare nel primo grande processo alle Br, nel 1977. La regia è di Giacomo Campiotti».

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