Fabrizio Gifuni e La città dei matti

07 febbraio 2010 
<p>Fabrizio Gifuni e <em>La città dei matti<br />
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PHOTO KIKA PRESS

Austero nei panni di Giovanni Montini in Paolo VI, combattuto tra bene e male in Galantuomini di Edoardo Winspeare, intenso nelle vesti dell'assassino in Sole negli occhi. Fabrizio Gifuni torna in tv al fianco di Vittoria Puccini con C'era una volta la città dei matti, in onda su Rai uno stasera e lunedì, in cui fa rivivere la figura dello psichiatra Franco Basaglia. La miniserie, firmata da Marco Turco e prodotta dalla Ciao ragazzi di Claudia Mori, celebra i trent'anni dalla scomparsa di Basaglia ripercorrendo le tappe che hanno portato, nel 1978, all'approvazione della legge 180 (legge Basaglia), che ha determinato la chiusura dei manicomi in Italia. Fabrizio Gifuni è abituato a caricarsi sulle spalle le responsabilità che ruoli così impegnativi portano con sé, ma non nasconde il timore con cui si avvicina ad alcuni personaggi.

Cosa l'ha spinta ad accettare il ruolo di Franco Basaglia?
«E' uno di quei ruoli che capitano solo una volta nella vita di un attore, se capitano. Pur essendo una montagna altissima da scalare, questo film aveva fin dall'inizio l'aspetto di un viaggio entusiasmante. Infatti, lo è stato».

C'è stato un momento in cui si è sentito caricato di troppa responsabilità? «All'inizio ero attanagliato dall'idea di essere sotto lo sguardo dei famigliari e di chi ha conosciuto Basaglia. Interpretare un personaggio realmente esistito richiede un lavoro di documentazione maggiore».

E' stato aiutato da un team di esperti?
«C'era una supervisione scientifica, ma soprattutto mi sono armato di molta pazienza cercando di leggere trattati di psicologia e arrivare preparato prima dell'inizio delle riprese: un ruolo del genere difficilmente si può improvvisare».

Soddisfatto del risultato?
«Condivido la scelta di non raccontare la biografia di Basaglia: sarebbe stato antibasagliano. Mi piace, invece, il punto di vista corale. Il surplus lo hanno dato l'ambientazione in luoghi reali e la possibilità di lavorare sul set con uomini e donne che hanno attraversato il disagio psichico. Sono loro la forza del film».

Si è fatto un'idea personale sulla legge Basaglia?

«Sono in imbarazzo per il fatto che un attore, quando interpreta un ruolo, diventa un tuttologo sull'argomento. Però, essendoci sprofondato dentro, un'idea ce l'ho: è una legge eccezionale perché ha restituito diritti civili e dignità a persone ridotte al rango di cose».

Perché, secondo lei, è ancora così controversa a più di trent'anni dalla sua entrata in vigore?

«Perché ha tentato un approccio nuovo, sicuramente problematico. Ma il vero problema sono la mancata applicazione di alcuni principi della legge e il modo in cui sono spesi i soldi della sanità pubblica. Però ci sono alcune province, in Italia, con strutture alternative ai manicomi in grado di supportare perfettamente le famiglie nell'assistenza dei malati».

Questa miniserie aiuterà il pubblico a capire?

«Storie come questa sono esattamente quello che io intendo per servizio pubblico. Però i film rimangono film e devono essere giudicati come tali: in base allo spirito di verità e alle qualità tecniche. Se un un film è fatto male, al di là delle intenzioni, finisce per rendere un cattivo servizio alla causa».

La rivedremo presto al cinema o sul piccolo schermo?
«In attesa che si definisca un progetto top secret per il cinema, sono in tournèe con L'ingegner Gadda va alla guerra o Della tragica istoria di Amleto Pirobutirro, per la regia di Giuseppe Bertolucci. Uno spettacolo bello in cui credo molto».

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