I dieci anni di Chi vuol essere milionario, dove le folgorazioni arrivano in bagno

24 maggio 2010 
<p>I dieci anni di <em>Chi vuol essere milionario</em>, dove le
folgorazioni arrivano in bagno</p>

Chi vuol essere milionario (già Miliardario ai tempi della lira), il quiz show di punta di Canale 5, compie oggi dieci anni. Era il 24 maggio 2000 e sulla rete Mediaset andava in onda la prima puntata italiana del format internazionale targato Endemol. Per festeggiare la  trasmissione, ecco la testimonianza di chi (ovvero chi scrive), cinque anni fa, nel marzo 2005, poco prima di laurearsi, si è seduta sulla famigerata poltroncina al cospetto di Gerry Scotti).

Innanzitutto, spazio alle F.A.Q. (ossia le risposte alle domande più ricorrenti da cinque anni a questa parte):

1.    Sì, i soldi sono arrivati (decurtati del 20% causa tasse), pervenuti in formato «doblone», ossia in monete da 500 euro l'una con tanto di simbolo delle reti Mediaset impresso, per un totale di 70 mila euro lordi;

2.    Gerry Scotti è cordiale e simpatico, ma soprattutto molto professionale: meno «bontempone» di come appare in video, comunque in grado di mettere i concorrenti subito a proprio agio (e no, lui la risposta esatta non la sa, se non di suo);

3.    Per arrivare in trasmissione ho passato una lunga trafila (ma il processo di selezione nel frattempo è cambiato), iniziata con una (lunga) serie di telefonate a cadenza quotidiana, fatte di risposte automatiche a domande registrate (facili, anche perché dopo un po' erano sempre le stesse) e terminata, un anno più tardi, con un colloquio davanti alla telecamere, faccia a faccia con le autrici (bramose di annientare qualunque residuo di autostima, con constatazioni del tipo: «Ma sei sicura di aver frequentato il liceo Classico?»);

4.    Lo studio televisivo è piccolo e freddo. Molto freddo. Un particolare, questo, che proprio non avevo considerato (un amico che lavora in Tv mi aveva detto: «Vedrai, con le luci si scoppierà di caldo, portati abiti leggeri»…. ).

E a proposito di dress code: gli unici indumenti banditi sono jeans e scarpe da tennis. Occorre portarsi dietro almeno sei cambi: ogni concorrente ha infatti a disposizione 6 puntate, e per ognuna bisogna sfoderare un look diverso, previa approvazione del reparto sartoria (che provvede anche allo stiramento). I cambi tra una registrazione e l'altra avvengono in dieci minuti. Durante i quali bisogna (ri)passare anche al trucco e parrucco (uno stress).

Ricordo che, in attesa di fare il primo ingresso in studio, trascorsi l'interminabile attesa assieme agli altri concorrenti di «riserva», allenandoci al Trivial. E ricordo che tutti sapevano tutto. Tutti tranne me (con il conseguente, ricorrente interrogativo: «Ma che cosa ci faccio qui?»). A preoccuparmi non c'era solo il timore di una figuraccia, ma un vero e proprio terrore della bancarotta, avendo dovuto promettere un discreto quantitativo di cene a tutti gli amici e parenti (suddivisi in tre gruppi distinti), costretti a rimanere segregati in casa in attesa dell'eventuale, famigerata «richiesta di aiuto telefonica».

Invece, poi, è andata bene. A partire dal primo, fatidico step del «dito più veloce» (che oggi non si fa più), superato grazie al mio mito di gioventù Gianni Morandi e alla sua In ginocchio da te (di cui posso vantare di avere riordinato il titolo in meno di due secondi).

A portarmi bene, sarà stato il «santino» di Gerry: una sua immagine formato tascabile con tanto d'invocazione «Gerry, proteggimi: only for the brave» (il motto del programma), donatomi da un'amica che lo usava come portafortuna all'Università, e che ha lasciato senza parole anche il diretto interessato.

Quell'immaginetta mi ha accompagnata lungo tutta la scalata, cominciata con le domandine che sembrano più sciocche (e lo sono, sì, solo da casa però) e finita con un ritiro strategico (senza rispondere), perché osare va bene fino a un certo punto, ma con settantamila euro in saccoccia … prendi i soldi e scappa è meglio. Nel mezzo, interrogativi come «Quale lavoro fa il protagonista di Io Uccido di Giorgio Faletti?» (libro che avevo con me proprio durante la trasferta a Milano…), «In quale regione si trova Teano?», «Che cosa è la draisina?» (domanda per cui ho sfidato la maggioranza del pubblico, preferendo il parere della minoranza).

E poi «In quale momento dell'anno la Terra si trova più vicina al Sole?». Oddio, questa proprio non la so. Mi gioco il cinquanta e cinquanta. Novembre o Gennaio? Gennaio o Novembre? Ma non era dicembre? In preda al panico da dilemma, vengo accompagnata nel «pensatoio» a riflettere. Ma, sorpresa: anziché su un comodo sofà, mi ritrovo a meditare nella toilette. Ed è lì che giunge la folgorazione.

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