Enrico Mentana: «La 7? Solo ora perché "qualcuno" si è  messo di traverso»

 

22 giugno 2010 
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PHOTO LAPRESSE

«Mentre scrivo non ho ancora stretto nessuna intesa formale con l'editore del Tg di La7 (...) Però, visto che mi chiedete se farò il direttore di quel telegiornale, rispondo con un bel "sì", e al diavolo le cautele. Ho già stretto la mano, accettando l'offerta nell'ultimo momento utile per poter ricominciare il mio lavoro fin dall'inizio della prossima stagione». Così Enrico Mentana, su Vanity Fair in edicola dal 23 giugno, dalla sua rubrica fissa «Stazione di posta» anticipa l'entusiasmo di arrivare a La7 dopo qualche bastone tra le ruote e nessun «aiutino».

«La situazione si è riaperta al principio di quest'anno, con le nuove proposte di Mediaset, dieci mesi dopo avermi messo fuori della porta, la cauta insistenza dei dirigenti di Telecom, che mi avrebbero ingaggiato ben prima se "qualcuno" non si fosse messo di traverso, e l'esperienza breve ma molto positiva del programma via web con il Corriere della Sera (...) Su queste colonne tre mesi fa ho raccontato fedelmente come stavano le cose, e il dilemma che si apriva, tra una Mediaset che mi rivoleva per riempire l'album, ma senza sapere come utilizzarmi, e chi aveva un progetto ben preciso come La7, ma giocava decisamente in trasferta. Alla fine ho scelto nel modo che sapete, e l'ho fatto con entusiasmo».

«Per alcuni motivi essenziali: perché è una realtà nuova (dopo undici anni e mezzo nei Tg Rai e quasi diciotto tra Tg5 e Matrix a Mediaset); perché è un momento propizio come non mai alla crescita di un terzo polo dell'informazione; perché mi affascina e mi dà la carica l'idea di tornare a lanciare un telegiornale; perché i dirigenti di quell'emittente furono i primi (gli unici) a farsi avanti subito dopo il mio divorzio da Mediaset; perché ingiustamente quel notiziario è stato considerato in questi anni come la Cenerentola dei telegiornali, messo nell'impossibilità di crescere per vincoli di vario tipo, interni ed esterni; perché quindi ha un potenziale di crescita molto ampio; e perché infine lì stavo per andare all'inizio degli anni Duemila, accarezzando già allora il sogno di poter ricominciare da capo, con un Tg che sfidasse le due corazzate dell'informazione televisiva. E quella tentazione non l'ho mai accantonata (...)».

«Ora si tratta di vedere quali sono le possibilità di crescita di una emittente forte nei suoi programmi di approfondimento ma anche nel suo telegiornale, in una fase della vita del Paese in cui l'esigenza di essere informati è forse pari a quella di svagarsi o avere compagnia dalla Tv. A questa scommessa mi piace davvero poter dare il mio contributo, immaginando un appuntamento in cui le notizie ci siano tutte, con un'idea non condizionabile di libertà, con il gusto di scegliere senza ansia di nascondere o enfatizzare (...)»

«Voglio solo dirvi che di una cosa sono particolarmente orgoglioso: di non aver chiesto "aiutini" a nessuno in questo anno e mezzo di stop forzato. Raccomandarsi a qualcuno vuol dire cedergli parte della nostra libertà, come potete vedere molto spesso in Tv (e non solo). E questo vale ovviamente per Berlusconi e per i suoi avversari, ma anche per le lobby economiche e perfino giornalistiche. Se mi vedrete a dirigere (e condurre) il Tg di La7 dovrò insomma ringraziare solo chi mi ha assunto per fare un giornale senza padroni di casa, se non gli spettatori. Parole chiare, no?».

L'articolo completo lo trovate su Vanity Fair in edicola dal 23 giugno

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