Sarebbe stato bello incontrarsi al Peach Pit, con i libri sotto
braccio e un milkshake da bere. Ma il mondo non gira mai come lo
immaginiamo guardando i telefilm americani.
Così, il mio incontro con Jason Priestley, che
resterà più noto per il resto dei suoi giorni come Brandon Walsh,
l'iper bravo ragazzo di
Beverly Hills 90210, avviene a Roma, in uno
stanzone asettico dell'Hotel Visconti. Brandon (scusate, volevo
dire Jason) , è qui come ospite del RomaFictionFest dove ha
presentato una nuova serie televisiva.Si intitola Call me
Fitz ed è radicalmente diversa da quella che lo ha reso
famoso. Jason ne è produttore e protagonista. Il suo
personaggio, Fitz, appunto, è un venditore di macchine donnaiolo,
ubriacone e apparentemente privo di scrupoli. Ma, a un certo punto,
gli compare davanti la sua coscienza, con l'aspetto di un
personaggio così antipatico che il Grillo Parlante di Pinocchio è
un dilettante. Ma Fitz dovrà farci i conti, burrascosamente,
puntata dopo puntata.
Oggi Jason Priestley non ha più il ciuffo di Brandon, ma rughe e
fili bianchi tra i capelli. Però è carino e pare immune da quella
rabbiosa voglia di riscatto di chi si sente imprigionato in un
ruolo a vita.
Vado al sodo. Per strada la chiamano ancora
Brandon?
«Eh. Proprio così».
E le dà fastidio?
«Non mi entusiasma. Se ci penso, mi intristisce vedere che la
gente sembra non essersi accorta delle altre cose che ho fatto dopo
Beverly Hills 90210. Ma che ci vuol fare? È la vita».
Scommette che preferisce questa parte di cattivo in
Call me Fitz rispetto al buonissimo
Brandon.
«Ovvio! Brandon era una noia. Così politicamente corretto,
diceva sempre la cosa giusta al momento giusto».
Se esistesse ancora Brandon, oggi lavorerebbe per Barack
Obama, a Washington?
«Probabile. O in una ong. Farebbe certamente qualcosa di molto
altruistico».
Però, lei non è andato a pezzi, niente droga né rock 'n
roll né milioni di donne. Si è sposato una volta sola e avete due
figli, Ava di tre anni, Dashiell di uno, fa il produttore e il
regista, fin dalle ultime stagioni di Beverly Hills
90210.
«Io sono canadese, di Vancouver, famiglia operaia. Ho iniziato a
fare l'attore da bambino, i miei non mi ostacolarono perché
pensavano che, tanto, stando a Vancouver, non avrei mai avuto
grande successo. Poi, io ho insistito, ho studiato recitazione,
sono andato a Los Angeles. Ma non sono mai troppo cambiato e,
appena ho potuto, ho cominciato a produrre e dirigere. Fare
l'attore e basta avrebbe significato dipendere troppo dalle scelte
altrui e da quel che il fantasma di Brandon significa».
Il resto dell'intervista lo troverete su Vanity Fair n°29 in
edicola mercoledì 21 luglio
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