I due figli di Ilaria D'Amico: Pietro ed Exit

05 ottobre 2010 
<p>I due figli di Ilaria D'Amico: Pietro ed <em>Exit</em></p>
PHOTO LAPRESSE

«Lo chiamo  figlio perché l'ho desiderato per anni. Con gli autori (Mariano Cirino, Cristina De Ritis, Alessandro Sortino) l'abbiamo pensato pezzo per pezzo, mettendo insieme la squadra che volevamo. È stato più faticoso fare Exit che Pietro». La novità di questa stagione è che le inchieste riguarderanno i fatti «caldi», quelli della settimana: «Vogliamo raccontare questo Paese profondamente diviso: nell'idea di Stato, nell'idea di lavoro. Ci interessa il confronto politico ma anche la gente, e come cavolo sta. Continueremo a far vedere le inchieste ai politici in studio e chiedere a loro le risposte».

Ma alla fine, lei pensa che gliele daranno, queste risposte?
«Spesso esco frustrata dallo studio. Ma ho la sensazione che il mio disagio lo provino anche la gente e le persone che stanno sedute lì, che devono rispondere».

Il faro del giornalismo d'inchiesta è Report. Sa che c'è un sacco di gente che non lo guarda più per non farsi venire il cattivo umore?
«Lo so, fa venire angoscia. Ma questo è il frutto di una narcolessia che ci ha portati fin qua. Io credo che dobbiamo prenderci la responsabilità di indignarci e di fare di più. Se non ci piace quello che sta succedendo, non possiamo demandare ad altri le soluzioni».

La sua prima intervista per Vanity Fair, era il 2006, iniziava con il racconto di un suo sogno, fatto la notte prima: quello di avere un figlio. «Fare un figlio è stata la mia paura più nascosta. La paura era di non riuscirci, di dover rinunciare a quello che era da sempre il mio sogno più grande. È il dramma di tante donne, oggi. Pietro l'ho cercato per qualche mese soltanto, ma ricordo il sentimento di paura e di delusione ogni volta che scopri- vo che, per quella volta, non era arrivato. E poi la gioia, invece, di sapere che c'era. La gravidanza, la nascita, allattarlo».

Sa che Anna Falchi ha detto che non allatterà perché, cito, «la mia esigenza di rimanere femminile prevale sul mio istinto materno»? «Non posso dire che cosa sia giusto o sbagliato, ma dico solo che per me è stato un piacere consumarmi per mio figlio. Per me allattare era un bisogno fisico, quel momento era un nutrimento della mia femminilità. Le mie tette saranno più brutte? ... 'Sti cavoli».

Come è stato il parto?
«Molto bello, veloce, naturale e senza epidurale. Dice Rocco, il mio compagno, che cercavo di tenere tutto sotto controllo e davo ordini: alzate il lettino, mettetevi qui...».

Sono cambiati i rapporti tra di voi, da quando siete genitori?
«Un mio amico dice che un bambino è un po' come una bomba che ti lanciano in casa e chiudono la porta. Ed effettivamente la sensazione, quando torni dall'ospedale, è un po' quella. Sai, in quei momenti gli equilibri cambiano e cambia il bisogno di conforto, certezze, rassicurazioni. Abbiamo discusso tanto, litigato tanto, ma soprattutto ci siamo abbracciati tanto».

Su Vanity Fair .40/2010 in edicola da mercoledì 6 ottobre

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