Fiorello: «Chi l'avrebbe detto»

24 giugno 2009 
<p>Fiorello: «Chi l'avrebbe detto»</p>
PHOTO KIKA PRESS

Dopo la ghiaia (e i trionfi), dopo i camion (e le polemiche), dopo le transenne (e il silenzio stampa), passato il Teatro Tenda, traversando il campetto di finta erba detto Campo del Fiore, sul quale tirando un rigore al portiere Peruzzi si strappò il polpaccio (ma non pianse), in fondo a Vicolo del Rosario, c'è finalmente il suo camerino e il cartello dondolante sulla porta che dice: «Fiore si è svegliato». Rosario Tindaro Fiorello si è svegliato eccome. Per festeggiare i suoi vent'anni di riflettori e applausi. Più i tre mesi di tutto esaurito qui al Fiorello Show, tre sere la settimana dal vivo inscatolate in una quarta serata televisiva su Sky. Più i suoi quarantanove anni anagrafici che ha appena compiuto in questa caligine romana, dove da aprile macina l'evento che tanto gli causò malumori & gloria osando quel che nessuno di solito osa nell'Italia degli arcoriani, dire di no a Silvio, il sovrano, il quale lo convocò per parlargli a nome della Televisione- Generalista-Abbandonata (Rai e Mediaset, come fosse tutta roba sua) e con cautela lo minacciò di intraprendere «una strada senza ritorno» a lui che, eccentrico e temerario, sceglieva il Teatro e sceglieva il Satellite. Poi toccò a Confalonieri irriderlo («Per fare quegli ascolti poteva passare a La7»), a Piersilvio, a tutti i giornali del gruppo che gli scrissero in molte versioni un referto di «fine carriera», e la cartella clinica del Fiorello-Flop, per non parlare di Emilio Fede con una sua comica e non richiesta dichiarazione tv, «Fiorello non mi piace più, preferisco Benigni», e di Carlo Rossella, anche lui della ditta arcoriana, presidente di Medusa e del bon ton sartoriale, che addirittura quantificò il suo ingaggio immaginario, rivelando in Tv che Fiorello «ha incassato 15 milioni di euro», come fosse quello il vero prezzo pagato per un esorbitante tradimento, altrimenti inspiegabile. «Non sapevo», dice adesso Fiorello, raccontando questa strana e istruttiva avventura, «che mi ero infilato dentro a una guerra tra Berlusconi e Murdoch, proprietario di Sky. Né che avevo incrinato la sacralità del potere del Cavaliere. Tanto meno sapevo che sarei diventato il vaso di coccio in mezzo al ferro e al fuoco della politica. E che per quanti planetari problemi ci fossero nel Paese, come la crisi, o il terremoto, o i rifiuti a Napoli e Palermo, tutti i moschetti del centrodestra avrebbero trovato il tempo e la voglia di circondarmi per fucilarmi di parole e di sarcasmi e di rancori». Fino al punto che, un certo giorno di metà aprile, smise di leggere i giornali. Smise di parlare con i giornalisti. E solo adesso, pochi giorni prima di chiudere questa stupefacente serie di 36 serate di monologhi, musica, invenzioni sul nero palco a specchio che (forse) riaprirà dopo l'estate, ha accettato di sostituire sassolini con parole, rivelare qualche retroscena, raccontare il suo stupore. Riderne («Mi sembrano tutti matti»). E poi naturalmente accendere le candeline della festa.

Proporrei di cominciare da quella e di tenerci Silvio e Piersilvio per dopo. Che dice?
«Se è la storia dei miei primi vent'anni, va bene, cominciamo dal Natale del 1989. Nevica. Sono a lavorare al Valtur di Marilleva, tra lo Stelvio e il Brenta. Passa a prendermi Bernardo Cherubini, fratello di Lorenzo. Dice che ha un aggancio con Claudio Cecchetto e che forse c'è posto per lavorare a Radio Deejay».

CONTINUA

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