Eva Herzigova: «Vi presento George»

02 agosto 2007 
<p>Eva Herzigova: «Vi presento George»</p>

Mentre la guardo, penso: se fossi un maschio, adesso il seno turgido di Eva Herzigova che esce da un reggiseno di raso rosa ciclamino mi farebbe tutto un altro effetto. Sarebbe un momento entusiasticamente imbarazzante, immagino, per un collega. Invece, in quanto femmina e mamma, non solo non distolgo lo sguardo ma valuto quasi soprappensiero - il sentimento successivo lo riconosco subito, si chiama nostalgia - se il seno è abbastanza pieno, se il capezzolo è tutto nella bocca del neonato, se il piccolo ciuccia bene. George Edoardo Marsiaj di Gregorio detto Greg, nato a Parigi il 1° giugno, peso alla nascita 4 chili e 40 grammi, 53 centimetri la lunghezza, succhia con ardore e concentrazione; ed è assai comprensibile perché i maschi in genere, da grandi, nutrano anche loro molta nostalgia, pur se con altri pensieri.

Questo è il periodo della sua vita in cui Eva Herzigova è del tutto uguale a qualunque altra mamma «sufficientemente buona» - la definizione è quella standard della psicologia per le mamme normodotate - che ha appena avuto un figlio. Non c'è fama, bellezza, reddito che le abbia risparmiato prima, durante e dopo, i pensieri in chiaroscuro di tutte sulla gravidanza, il travaglio, il parto, l'allattamento, la vita che cambia per sempre.

Lei, per fortuna sua e dei suoi cari, i pensieri li ha girati tutti in positivo, è tranquilla e beata e ce lo racconta in riva al mare mangiando cocomero. Beata lei, penso mentre prende il neonato dalla sdraietta: non invidio né lei né il suo meraviglioso piccino in tutina a righe di Ralph Lauren ma, lo confesso, il suo reggiseno. Perché quello sì che rende quasi incolmabile la differenza tra me - tra noi - e lei. Noi che abbiamo portato tristissimi reggiseni da allattamento con elasticoni presto slabbrati e lei, che indossa quel fruscio di seta rosa a balconcino: quinta misura, a occhio, fatto apposta per allattare, mannaggia.

Bellissimo bambino, George: il nome si scrive all'inglese?
«Sia mio padre che il padre di Greg si chiamano Giorgio, uno con la grafia ceca, l'altro italiana. Abbiamo scelto una terza via, di compromesso. Veramente non pensavamo di usare il nome dei nonni, non mi sentivo così sentimentale: avevo in mente nomi bizzarri o al contrario altisonanti e antichi come Maximus, ma una persona, una bellissima persona, mi ha fatto riflettere sul valore della tradizione, sulla possibilità di prolungare nel nome di un figlio il passato della sua famiglia».

A quale categoria di donne appartiene? Quelle che archiviano travaglio e parto come un incubo o le altre che sono affezionate al ricordo?
«Non vedevo l'ora, di partorire: volevo partecipare a ogni secondo dell'evento. Leggevo un libro molto bello che descriveva il dolore del travaglio in modo così poetico, come un'onda che arriva e poi passa: non avevo nessuna paura. Fino a 5 centimetri di dilatazione ho tenuto duro, poi ho detto - urlato? - "basta, fatemi l'epidurale". Il dolore stava diventando pazzesco».

Beh, un po' ha resistito.
«Non so valutare se sia stato un travaglio lungo o difficile: la mattina alle 9 mi ero svegliata con la pancia dura, contrazioni ogni 15 minuti. Gregorio ha detto: vado a prendere il caffè e i giornali. Sbrigati, gli ho risposto - sa come sono gli uomini -. Alle 14 sono andata in ospedale, alle 20 è nato».

E il neo-padre?
«Era lì con me. Se l'è cavata molto bene, è riuscito a fare le foto e il filmino a George, e a me le coccole».

Poi?
«Per quanto tu lo sappia, lo abbia letto o te l'abbiano detto, non sei mai davvero preparata. In 10 minuti − bim bum bam − la tua vita cambia per sempre: non dormi più, non hai tempo per niente, anche rispondere al telefono può essere un'impresa, perfino la doccia è una lotta contro il tempo. Gli ultimi giorni di vacanza sono stati i cinque che ho passato in ospedale, almeno lui era nella nursery e io dormivo, una goduria. Ma a casa, all'inizio, se ha figli lo sa… A me hanno regalato una specie di carretto, poco ingombrante e molto maneggevole: me lo trascinavo da una stanza all'altra, George ci sta bello spaparanzato, gambe e braccia aperte».

È un bambinone.
«Cresce bene, ma secondo me si sono sbagliati a misurarlo: 53 centimetri appena nato, e 57 - secondo loro - dopo una settimana? Forse la prima volta non gli avete tirato bene le gambe, ho detto».

CONTINUA

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